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I SUONATORI DELLA VAL DI
RESIA (ITALIA)
La Val di Resia, in provincia di Udine, è abitata da una comunità
etno-linguistica appartenente al ceppo slavo-turanico. Il dialetto
resiano è uno slavo arcaico, vicino più a certe parlate russe che
alle confinanti parlate croate e slovene. L´enclave di S.Giorgio di
Resia è probabilmente un residuo della grande invasione slava dell'VIII
secolo, la cui comunità ha mantenuto integre la propria cultura e le
proprie tradizioni. Le occasioni festive in cui si praticano balli
nei costumi tradizionali includono il carnevale e la coscrizione
militare. L´orchestra tipica dei balli resiani è composta da uno o
due violini (zitere o cytira) e da un violoncello (brunkula). Un
forte sostegno ritmico è offerto dai colpi battuti con i piedi dai
suonatori. Probabilmente il violino e il violoncello hanno
sostituito in epoca recente altri strumenti popolari a corda, ma
essi sono presenti nei balli di Resia almeno dal 1838, quando gli
abitanti della comunità si esibirono, come ricordano le cronache,
davanti all'Imperatore e all'Imperatrice d'Austria in visita a
Udine. La tecnica con la quale violino e violoncello sono suonati è
però di carattere assolutamente popolare. I balli sono talora
accompagnati, oltre che dai tre strumenti, dal canto dei danzatori.
Su un impianto ritmico e melodico omogeneo, i vari balli presentano
fra loro differenze di rilievo che riflettono sia simbologie
diverse, sia origine più o meno arcaica.
SUONATORI DELLA
VAL DI SAVENA (ITALIA)
Esiste nell'Appennino emiliano, in particolare nella Valle del
Savena (Bologna), un ricchissimo repertorio di balli "montanari"
(progenitori del "liscio") detti "staccati" e caratterizzati da
varie figure che i ballerini compiono durante la danza. Nella musica
colta dei secoli XVI e XVII (le partiture di Frescobaldi e Coferati)
si trovano riferimenti espliciti ad alcuni di questi balli, come il
ruggero, il bergamasco o il ballo di Barabén, passati dal repertorio
popolare a quello cortigiano rinascimentale. Lo strumento principale
di questi balli era, ed in parte lo è tuttora, il violino, la voce
delle espressioni musico-coreutiche "montanare", accompagnato dalla
chitarra (che di recente ha sostituito il contrabbasso o liron),
fisarmonica e bassotuba. Melchiade Benni è uno dei maggiori
interpreti del violino della montagna bolognese; il suo stile
consiste nell'uso insistente delle corde vuote e della doppia corda
e, soprattutto, nell'estrema agilità dell'archetto, vero
protagonista della musica da ballo.
GRUPPO DI
PETRIOLO (ITALIA)
Il Gruppo di Petriolo, portatore della più genuina espressione
popolare della propria terra, le Marche, e ricco di un repertorio
tradizionale notevolmente integro e spettacolare, costituisce, tra
l'altro, un fenomeno estremamente interessante di revival interno.
Il gruppo di Petriolo è composto da: Lina Marinozzi Lattanzi,
contadina, poi operaia in un calzaturificio, ora
casalinga/pensionata, autentica portatrice della tradizione,
decisamente una delle voci più belle e suggestive di tutto il
panorama della tradizione italiana; Nazzareno "Fifo" Saldari e
Domenico "Spaterna" Ciccioli, contadini: dal paese di Petriolo, nel
maceratese, vengono questi tre insuperabili interpreti di ballate,
di canti di lavoro e "a vatocco" (tipo di polivocalità secondo uno
schema di "discanto" presente lungo gran parte del versante
adriatico dell'Appennino, delle Marche e dell'Abruzzo). Come loro
Gianfranco Filipponi, interprete per tradizione familiare di
scioglilingua antichi delle campagne marchigiane.
CORO DI FONNI
(ITALIA)
Il Coro di Fonni in Barbagia (Sardegna Nord-Orientale) esegue
canti pastorali, tradizionalmente privi di accompagnamento
strumentale, secondo lo stile polivocale dei tenores tipico del
Sassarese e del Nuorese. I tenores barbaricini vengono così
descritti da Diego Carpitella: «Quando improvvisano i loro poemi,
gli orgolesi (come in tutta la Barbagia) hanno l'abitudine di
riunirsi in gruppi, di solito composti da quattro cantori: Il primo
di essi, sa boghe, si mette da un lato, quasi di fronte rispetto
agli altri tre (in piedi o seduti secondo i casi) spesso con la mano
davanti alla bocca, in modo da farne una cassa di risonanza, e
incomincia a intonare il primo verso del poema con voce acuta:
declama e canta le sillabe con uno stile di emissione di voce
"tremolato" (si tratta di una "declamazione sillabica"). Non appena
l'"esposizione" del canto è terminata (...) il primo cantore tace e
sulla sua ultima nota intervengono le altre tre voci. Di queste, la
prima è di registro basso, ed il cantore è infatti definito su bassu:
egli emette una voce di gola, rauca e cavernosa, dal timbro
metallico, dal suono duro, continuo, una successione di note rapide
e violente, che fa di base agli altri due cantori. Questi, sa boghe
e sa contra, emettono un'altra serie di suoni che si configurano in
un rapporto armonico con la voce del su bassu, un rapporto di
terza-quinta o quarta-sesta. Le tre voci non ripetono nessuna parola
declamata dalla boghe, ma fondano il loro blocco ritmico sulla
scansione di alcune combinazioni sillabiche tradizionali: "ba-ri-llà",
"bim-ba-rà", "bim-bo-rò", ecc). Conclusasi questa parte ritmica, la
voce sola riprende la sua declamazione sillabica, per essere
nuovamente interrotta dalle tre voci, e così di seguito».
SQUADRA NUOVA DI PONTEDECIMO (ITALIA)
La Squadra Nuova di Pontedecimo della Val Polcevera, coordinata
da Lino Verardo, si riunisce in un'antica osteria di Bolzaneto
(Genova) che costituisce il luogo preferenziale in cui si tramanda
oralmente il trallallero genovese. Il trallallero è una forma
polivocale urbana, praticata tradizionalmente nel genovesato,
eseguito dalle squadre (gruppi corali) e caratterizzata da cinque
voci reali (talvolta sei con l'aggiunta di un secondo tenore): la
donna (falsetto o controtenore, in dialetto "cuntrètu"), il tenore (primmu),
il baritono, la chitarra (non l'omonimo strumento ma l'imitazione di
esso ottenuta ponendo il palmo della mano sulle labbra) e il basso.
L'inclinazione alla polivocalità è testimoniata a Genova da antichi
documenti risalenti al XVI secolo, dai quali risulta che le autorità
arrivarono persino a comminare pene pecunarie o addirittura
corporali quali la fustigazione a chi fosse stato sorpreso a
intonare una canzone come quella del Balaridone la quale «contamina
la mente non solum de' secolari ma anche de' religiosi». Malgrado
tali punizioni, il canto polivocale genovese si sviluppò per secoli
e secoli; nel 1900 Genova giunse a contare oltre cento gruppi o
squadre di canto che oggi si sono ridotte ad un numero veramente
esiguo. I testi dei trallalleri sono in genere molto concisi, con
pochissime concessioni all'elemento letterario, salvo il caso di "U
ruscigno" (L'usignolo), il cui testo è di derivazione chiaramente
toscana (“Se diventare potessi un usignolo”), o quello limite del
"Cin-cin là" tratto da un'aria dell'omonima operetta di Ranzato.
I
VIOLINISTI DI CRETA (GRECIA)
Il violino è molto popolare a Creta, in particolare nella
provincia di Chanìa. E' suonato nella posizione popolare, cioè con
lo strumento appoggiato alla spalla, o addirittura al petto, retto
dalla mano sinistra. L'archetto è impugnato assai avanti, anche ad
un terzo della sua lunghezza, non richiedendo lo stile molto arco.
Si ritiene che il violino sia stato introdotto a Creta negli anni
dell'occupazione veneziana sovrapponendosi alla lyra bizantina. Il
violino è suonato con l'accompagnamento di uno o due laoùta. Il
laouto greco è un liuto a manico lungo con quattro cori di corde
metalliche doppie accordate per quinte, molto diffuso nel paese. Nel
1954 le autorità centrali greche proibirono la diffusione
radiofonica di musica popolare cretese suonata con il violino,
considerato uno strumento estraneo alla cultura "nazionale",
impersonata invece dalla lyra. Questo divieto ha creato e crea
difficoltà ai violinisti popolari cretesi che, in parte almeno, sono
costretti a passare alla lyra che, tuttavia, usano con tecnica
violinistica. Di qui il pericolo della decadenza della specificità
della lyra, già minacciata, del resto, dai vistosi processi di
commercializzazione in atto. La lyra (pl. lìres) si trova in due
forme: una versione isolana chiamata kemanés, piriforme, senza tasti
e suonata con un archetto, e un tipo del Pontus detta kementzé, a
fondo piatto e a forma di bottiglia. La lyra ha tre corde metalliche
accordate per quinte (sol, re, la) e siccome la corda centrale fa da
bordone, il suonatore improvvisa sulle altre due. La mano posta
sulla tastiera ferma le corde premendo con le nocche al lato della
corde; spesso sono applicate all’archetto dei sottili campanellini
per le accentuazioni ritmiche.
M. MORENO
JIMENEZ "EL MOREO" & "EL CHOCOLATE" (SPAGNA)
Il flamenco, o più propriamente cante flamenco, ha le sue radici
nel cante jondo, tipico di un'area ristretta della regione andalusa
costituita da un triangolo ai cui vertici sono situate le città di
Cadice, Ronda e Siviglia, con al centro Jeréz de la Frontera. Nati
entrambi a Jerez de la Frontera (nota soprattutto per il liquore
Jerez), 'El Moreo' e 'El Chocolate' sono i vessilliferi del flamenco
andaluso e del fandango
I
MUSICISTI DEL NILO (EGITTO)
I Musicisti del Nilo, gruppo creato dal musicista ed
etnomusicologo francese Alain Weber, è costituito da musicisti
originari dell’Alto Egitto, più precisamente dei dintorni di Luxor.
Appartengono ad una famiglia di musicisti professionisti, i Mataquil.
Anche in questa zona, come in gran parte dei Paesi Arabi, la musica
popolare è affidata a musicisti professionisti che spesso
appartengono a minoranze etniche; nel caso dei Musicisti del Nilo
troviamo una mescolanza di origini zingare ed africane (nubiane). I
Nubiani in origine erano schiavi; quando divennero liberi
cominciarono ad apprendere l’arte musicale dagli zingari provenienti
dalla Siria e da altre zone del Medio Oriente, dove da sempre hanno
esercitato la professione di musicisti popolari. La famiglia dei
Musicisti del Nilo si è formata dall’incrocio tra gente nubiana,
originaria del Sudan, e zigana, attraverso matrimoni misti. I
Musicisti del Nilo, come tutti i musicisti popolari, si esibiscono
in occasione di feste, matrimoni, ecc. Ma è soprattutto è Metkal
Kenawi Metkal, cantante solista e virtuoso di rababah (violino ad
archetto a due corde) ad aver raggiunto un’enorme fama in tutto
l’Egitto, soprattutto come cantante. Il suo repertorio si basa
soprattutto su canti d´amore e canti epici. A Metkal Kenawi si
affianca il cantore Chamandi Tewfick, poeta e interprete di canzoni
a carattere epico e meditativo. Il gruppo si avvale anche di altri
strumenti quali la souffara e salamyia (un piccolo flauto a sei
fori) e l´arghul (doppio clarinetto ad ancia semplice). Completa il
gruppo strumentale la percussione affidata a varie specie di
tamburi: il daraboukka, il duf e il rekk. Il saiyidi mizmar
dell’Alto Egitto è destinato esclusivamente alla danza sia essa
maschile che femminile; al primo genere appartiene la danza dei
bastoni che si fa risalire all´epoca dei Faraoni in cui si mima un
duello tra i partecipanti. La danza femminile (raqs sharqi, “danza
orientale”, nota anche come “danza del ventre”) è affidata alle
danzatrici professioniste gitane (ghawazi) che l´accompagnano con
piccoli cembali metallici detti sagat.
LA DANZA
ODISSI (INDIA)
L'origine della danza Odissi è legata alla nascita e diffusione
del culto di Shiva e alla costruzione di centinaia di templi, tra il
VII e il XIV sec. d.C., nell'Orissa, Stato dell'India
nord-orientale. In questi templi sono ancora visibili numerosi
bassorilievi che illustrano le epopee degli dei e degli eroi sotto
forma di coreografie danzate. L'esigenza di danzatrici consacrate al
dio Shiva risale al IX sec. d.C. Il sovrano più famoso della
dinastia Ganges, Chudanganga Deva, che governò nell'XI sec. d.C.,
dette alle serve di questi templi, le devadasi, ("schiave di dio"),
il nome di maharis ("grandi sante") e le fece riunire nel tempio del
dio Jagannath a Puri. Le maharis erano date in sposa al dio e
danzavano nella sala di danza del tempio (nata-mandapa) sui canti
del Geeta Govinda, il poema di Jayadeva (XII sec.) che narra gli
amori del dio Krishna (incarnazione di Vishnu) con la pastorella
Radha. Alcuni servitori del tempio avevano il compito di assicurarsi
che le maharis conducessero una vita onorevole e che seguissero
strettamente una regola di condotta. Quando nel XVI secolo i Moghul
invasero l'India, il sovrano dell’Orissa fuggì e al suo posto gli
invasori misero il suo generale, Ray Ramanada: costui, ardente
devoto del dio Krishna, si lasciò influenzare dal culto, che si
stava allora diffondendo, del dio Vishnu, di cui Krishna è una delle
più importanti incarnazioni. Ramananda portò le maharis fuori dal
tempio in modo che la loro danza potesse essere ammirata da più
persone, contribuendo in tal modo a diffondere il culto di Vishnu. I
suoi successori decisero però che le danzatrici non dovevano
esibirsi fuori dal tempio e le sostituirono con danzatori giovinetti
appositamente truccati, i gotipuas, ai quali era proibito danzare
all'interno del tempio. Così il tipo di danza a cui si poteva
assistere pubblicamente era quello dei gotipuas, una versione
maschile delle danzatrici del tempio. Verso la fine del XVI secolo,
l'Orissa perse la sua indipendenza e di conseguenza la vita
politica, religiosa, sociale e culturale del paese decadde. Anche se
continuavano a servire nel tempio, le maharis venivano disprezzate a
causa della corruzione generale che si era diffusa anche tra loro.
Lo stile della loro danza andò deteriorandosi e l'arte autentica
venne, nel corso dei secoli successivi, gradualmente dimenticata:
rimasero soltanto alcune esili tracce in una danza maschile che
ricalcava la danza dei giovinetti gotipuas. Questo stile di danza è
"rinato" ai nostri tempi come risultato di una riscopera culturale e
di ricostruzione filologica avvenuta negli ultimi quarant'anni da
parte di alcuni maestri e giovani danzatori dell'Orissa, facendo
acquisire alla danza Odissi un posto di forma d'arte rispettabile al
fianco delle forme classiche del Bharata Natyam e del Kathak. La
danza Odissi odierna ha un ricco vocabolario di gestualità e di
possibilità espressive: è il risultato dell’abilità inventiva dei
maestri Odissi contemporanei che hanno preso ispirazione visiva
dalle centinaia di pose ritratte nei bassorilievi dei numerosi
templi della regione come anche dalle regole riguardanti la tecnica
che si trovano nel Natya Shastra e in altri trattati classici sulla
danza e sul teatro. La danza Odissi combina l’espressione drammatica
con una stilizzazione raffinata e sensuale del movimento corporeo.
Il tratto più caratteristico è la posizione tribhangi (tre archi)
caratterizzata dalla triplice flessione della testa, delle spalle e
delle anche, posizione di basa che si ritrova sculture del tempio
sacro a Jagannath fra i più ricchi di bassorilievi sulla danza. Come
in tutte le danze classiche indiane, esistono due categorie generali
di movimento, il tandava (forte, vigoroso) e il lasya (delicato,
dolce) e due tipi generali di danza nritya (danza pura) e nrutya
(danza interpretativa). I racconti della danza sono basati sulle
grandi epopee indiane del Ramayana e Mahabharata, ma anche sugli
antichi inni poetici del Rig Veda.Aloka Panikar proviene da una
rinomata famiglia bengalese di artisti di cinema e di teatro.
Educata alla danza dal grande maestro di Kathakali, Guru Gopinath,
ben presto scoprì che il suo aspetto delicato e la sua personalità
seducente si prestavano alla danza Odissi. Fu accolta come allieva
prediletta dal Guru Maya Dhar Raut. Aloka Panikar, nota in tutto il
mondo per la perfezione del suo stile e l’intensità delle sue
interpretazioni, è considerata fra le più efficaci interpreti di
danza classica Odissi. Ad accompagnare la danza vi sono: Mayadhar
Raut, uno dei quattro guru di Orissa responsabili dell'attuale
configurazione della danza stessa ed è anche coreografo delle danze
presentate da Aloka Panikar; Banamali Maharana è uno dei migliori
suonatori di pakhawaj ad Orissa e si esibisce anche come solista;
Purna Chandra Majhi è discepolo del grande cantore di Orissa
Balakrishna Das e ha composto numerose canzoni per le danze di Aloka
Panikar; Ashok Battacharya è un noto flautista della tradizione
industana che si esibisce sia come solista che come accompagnatore,
e lavora presso il Kathak Kentra di Nuova Dehli.
BHARATHA
NATYAM (INDIA)
Una delle più antiche tra le numerose forme della danza classica
indiana è il Bharata-Natyam: si trovano infatti brani riguardanti
alcuni aspetti della sua tecnica su testi che risalgono al I secolo
a.C. Da allora fino agli inizi del '900 ha sempre conservato il suo
carattere fondamentalmente devozionale; era un'offerta sacra alla
divinità nel tempio e molte delle sue canzoni consistono in lodi al
dio stesso. Il fervore religioso del credente che si rivolge alla
divinità viene spesso espresso attraverso l'analogia con una donna
che pone ogni sua fiducia nel proprio amore, ed è per questo che
tale danza viene considerata una delle più raffinate liriche d'amore
dell'Oriente. È solo negli ultimi anni che il Bharata-Natyam, pur
rivestendosi sempre di questa sacralità essenziale, è uscito
dall'ambito dei templi per divenire anche una forma di spettacolo ed
essere rappresentata in "tournée" sia in India che all'estero. Fin
dal suo inizio quindi è stata interpretata nei templi dell'India del
sud ed in modo particolare nella regione del Tamil Nadu, da una
casta esclusiva di danzatrici, le devadasi, le “serve della
divinità” che danzavano in occasione delle festività nei templi;
cadde poi parzialmente in disgrazia durante il dominio britannico, a
causa dell'assurda censura vittoriana, ma in tempi moderni è stata
restituita al suo prestigio artistico e culturale. Due sono i tipi
di danza compresi nel Bharata-Natyam: il primo è astratto, non ha
alcun intento comunicativo e consiste in figure di danza, ritmi,
movimenti. Il secondo invece è espressivo e la danzatrice descrive
temi, storie, idee, sentimenti attraverso espressioni del viso, pose
del corpo e movimenti stilizzati delle mani. La lingua principale
usata nel Bharata-Natyam è il Tamil Nadu, ma anche altre lingue sono
presenti, quali il Telogu, il Karmada ed anche il Sanscrito. La
musica è sullo stile di quella dell'India meridionale, musica
karnatica, e gli strumenti utilizzati sono i cembali metallici, il
tamburo mridangam ed il flauto.
I MADE DJIMAT
(INDONESIA)
I Made Djimat, nato a Batuan (Bali) nel 1947, fu allievo del più
prestigioso danzatore balinese del secolo, I Mario, colui che iniziò
Antonin Artaud ai segreti del teatro di Bali. È considerato il più
grande maestro di danza balinese. Il suo grande talento si esprime
nelle danze topeng, gambuh, calonarang, baris e djiauk. Le sue
straordinarie abilità di danzatore, coreografo e direttore musicale
(riesce a suonare ogni strumento del gamelan), oltre alla padronanza
di tutti gli stili di danza balinese, ne fanno un artista completo.
All’età di cinque anni ha appreso la danza baris osservando suo
padre, celebre danzatore, pittore e scultore. Già a nove anni si
recava con la madre (Ni Ketut Cenik, anche lei una rinomata artista)
ad insegnare presso diversi villaggi. A 14 anni ha vinto il primo
premio al concorso nazionale di gambuh e l’anno seguente il premio
di massima rilevanza per le sue interpretazioni delle danze baris,
djiauk e topeng. A 21 anni ha cominciato la sua carriera
internazionale con una serie di tournée che l'hanno portato in
Europa, America, Australia e Giappone.
RASSEGNA DELLA ZAMPOGNA
EUROPEA (SPAGNA, FRANCIA, MACEDONIA, IRLANDA, ITALIA)
La zampogna è una cornamusa, strumento ad ancia a canne multiple
(da 2 a 4) caratterizzato dalla presenza di una sacca di pelle che
serve come deposito d'aria e consente l'alimentazione ininterrotta
delle canne e quindi la produzione di un suono continuo. Le
zampogne, diffuse nell’Italia meridionale, generalmente hanno una o
più canne privi di fori con funzione di bordone (drones), ossia
mantenere una nota lunga continua, e due o più canne per il canto (chanter).
Il numero delle canne di bordone varia da 1 a 3; soltanto le union
pipes irlandesi portano, oltre a 3 bordoni, anche 3 canne dette
regulators. La uilleann pipe (o union pipe) irlandese è simile alla
cornamusa scozzese, ma non è a fiato: aspira aria coi movimenti del
braccio che poggia sull'otre durante l'esecuzione della melodia. Gli
"zampognari" presenti alla rassegna provengono dall'Irlanda (Paddy
Keenan: uillean pipe), dalla Spagna (Juan Manuel Gonzales Alonso e
Manuel Davila Alonso: gaita della Galizia, Ricardo Silveira:
tamboril, Venceslao Cabezas: pandereta e pandero, Severo Davila:
bombo), dalla Francia (Cristian Aneix: biniou della Bretagna, Jean
Barca: bombarde, oltre a Xavier Vidal: cabrette) dalla ex-Jugoslavia
(Pece Atanasovski: gajda della Macedonia e mih), da Creta (1
suonatore di askamadoura), e dalla Calabria (Agostino Trojano:
surdelina italo-albanese, Michele Monteleone: zampogna a chiave e
Ciccio Crudo: ciaramella). |