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DUO DI KORA: DEMBO
KONTE E KAUSU KUYATE (GAMBIA)
Nel piccolo stato del Gambia, la kora è il simbolo della cultura
dei Mandinka (etnia del gruppo Mande/Mandingo). La kora, strumento
principale dei griot, è un´arpa-liuto a 21 corde, disposte su due
file parallele. Lo stile gambiano è drammatico e ridondante, e segue
le inflessioni dei fraseggi nasali, tipicamente arabeggianti. I
repertori tradizionali attingono al vasto repertorio delle
composizioni storiche, che dipingono l´ascesa e la caduta di varie
dinastie nel corso degli antichi imperi di Ghana, Mali e Songhai. Il
successo di un griot all´interno della propria comunità dipende
molto sia dallo stile di esecuzione che dal contenuto; mentre viene
sempre rispettato il nucleo della conoscenza storica, ognuno mette
la propria firma allo sviluppo del racconto e della musica. I
musicisti gambiani invitati al festival, Dembo Konte e Kausu Kuyate,
pur seguendo questa tradizione, propongono un repertorio influenzato
dalla musica africana moderna, ed anche le kore usate sono state
adattate a questo nuovo genere, con l´aggiunta di alcune corde.
TAMBOURINAIRES DEL RUANDA (RUANDA)
In Ruanda i tamburi reali ingoma sono il simbolo del potere del
re (mwami), tanto che in lingua kirundi lo stesso termine ingoma
significa sia “tamburo” che “regno”. In Ruanda sono fabbricati e
custoditi dagli abiru (sing. umwiru), percussionisti-ritualisti di
corte di etnia Tutsi, mentre in Burundi sono fabbricati e suonati
dai percussionisti di etnia Hutu (batimbo). I percussionisti
appartengono ai lignaggi di alcuni clan e quindi si tramandano
questo onore e privilegio di padre in figlio. In passato, erano
suonati esclusivamente per il mwami, in occasioni eccezionali, come
l’intronizzazione e i funerali del re; ma dopo l’assasinio
dell’ultimo mwami, nel 1972, i tamburi reali vengono usati per il
presidente e gli alti dignitari. Il tamburo ingoma conferisce il
nome all’intero assieme costituito da sette a nove tamburi, ognuno
dei quali ha un nome (ishakwe, indahura, indamutsa, igihumulizo) e
un’intonazione specifica. Il tamburo solista è chiamato ishakwe o
ishaako. L’ensemble di percussioni è impiegato per accompagnare la
danza femminile imbyno.
NANA'
VASCONCELOS (BRASILE)
Quando nel 1976 il brasiliano Juvenal de Hollanda "Nana"
Vasconcelos (Recife, 1944) si trasferì a New York, la sua fama di
percussionista era già diffusa nell'area di Rio de Janeiro e Sao
Paulo, avendo fatto parte del gruppo di Milton Nascimento e del
complesso di Gato Barbieri. Rivelatosi un grande virtuoso del
berimbau, arco musicale afro-brasiliano tipico della capoeira di
Bahia, a New York si unì alla formazione Codona di Don Cherry e
Collin Walcott, e collaborò con la band di Pat Metheney. Dal 1975
Nana ha inciso con tutti da B.B. King a Jean Luc Ponty ai Talking
Heads, apportando sempre un contributo creativo che andava oltre il
ruolo di percussionista “accompagnatore”. Nel 1986 Nana Vasconcelos
tornò in Brasile dove il suo tour come solista ricevette un enorme
successo di pubblico. In seguito ha collaborato con i massimi
esponenti della scena jazz internazionale, come Jan Garbarek, Trilok
Gurtu, Don Cherry, Arild Anderson, Andy Sheppard, Jean-Marie Machado,
e infine compare nell’album Rhythm of the Saints di Paul Simon.
DAVID
MURRAY TRIO (U.S.A.)
Una voce strumentale aspra e forte, un fraseggio segnato da
bruschi salti di registro e una sigla intitolata "Flowers for Albert":
al pubblico europeo, una ventina d'anni fa, il giovane David Murray
si presentò così, dichiarando apertamente l'entità del suo debito
verso Albert Ayler. Del suo maestro indiscusso Murray ha conservato
l'immediatezza comunicativa, la spontaneità, ma nel frattempo il suo
talento naturale si è completato nello studio dell'arte della
composizione e dell'arrangiamento, fino a conferirgli l'autorità del
leader. Fra i reduci della scena loft newyorkese, Murray è senza
dubbio il personaggio che con maggior continuità si è impegnato nel
recupero dei presupposti del free jazz storico. Ne sono chiara
testimonianza i suoi lavori per big band, quelli con il celebrato
World Saxophone Quartet, ma anche quelli meno noti per piccole
formazioni, trii e quartetti, sempre completati da collaboratori
d'eccezione: Fred Hopkins e Steve McCall, appunto, sono stati fra i
più assidui. Mentre nei grandi organici Murray esercita
un'appassionata conoscenza critica della grande tradizione nera di
musica orchestrale, dai piccoli gruppi emerge il piacere avventuroso
dell'improvvisazione collettiva, talvolta contenuta entro binari
tematici, altre volte più libera e travolgente: quella tendenza,
quasi pre-boppistica, a "cantare la melodia a squarciagola", che
dall'origine fu uno dei suoi tratti distintivi e lo segnalò come il
più sicuro aspirante erede di Albert Ayler.
ORNETTE
COLEMAN & MASTER MUSICIANS OF JOUJOUKA (U.S.A.)
Nato nel 1930 a Fort Worth, nel Texas, Ornette Coleman a 14 anni
riceve in regalo dalla madre il suo primo sassofono contralto e poco
dopo inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica.
Dopo una serie di esperienze poco gratificanti in gruppi neri di
“minstrels” e rhythm and blues si trasferisce a Los Angeles dove
incontra il trombettista Don Cherry, il bassista Charlie Haden, i
batteristi Ed Blackwell e Billy Higgins, insomma tutti coloro che in
seguito avrebbero dato voce alle sue innovazioni musicali. Nel 1958
all’Hillcrest Club si esibisce, con scarso successo di pubblico, il
quintetto di Paul Bley e Ornette ne fa parte insieme a Cherry, Haden
e Higgins. La loro musica, avanzatissima per quegli anni, veniva
bistrattata dal pubblico ma suscitava notevoli apprezzamenti in
personaggi come John Lewis, del Modern Jazz Quartet, che dichiarò:
“Ornette suona veramente qualcosa di nuovo, non ho mai sentito nulla
di simile prima d’ora”. Seguono i primi ingaggi importanti e con
questi l’incisione di una serie di dischi: Something Else!, Tomorrow
is the question, The Shape of Jazz to come, Change of the century,
fino ad arrivare nel 1960 all’incisione di Free Jazz che dà vita a
quella “new thing” che segnerà una svolta radicale, destinata a
cambiare nel giro di pochi anni la scena del jazz. In seguito
Ornette collabora con Scott La Faro, incide con l’orchestra di
Gunther Schuller, rinnova il suo gruppo e mette insieme il trio con
David Izenzon e Charnett Moffet, diviene polistrumentista
affiancando al suo sax contralto l’uso (anche in questo caso
innovativo) della tromba e del violino, compone colonne sonore,,
incide con Yoko Ono e Jackie Mc Lean, comincia a comporre partiture
orchestrali e ad applicare i principi della sua teoria musicale, l’Armolodia,
anche a larghe formazioni. Inizia anche ad inserire nei suoi gruppi
la chitarra elettrica, prima occasionalmente con Jim Hall, poi con
James Blood Ulmer: è solo il preambolo della nuova svolta nella
musica di Ornette, che prende corpo alla metà degli anni ‘70 con la
sua Prime Time Band, un gruppo elettrico, che nella sua formazione
tipo diviene un doppio trio con due chitarristi, due bassisti, e due
batteristi e che lo accompagnerà con qualche aggiustamento di
organico fino agli anni ‘90. Sempre all’inizio degli anni ‘70 inizia
ad interessarsi alla musica tradizionale, in particolare di quella
africana e indiana. Risalgono a quel periodo le prime esperienze con
i Master Musicians of Joujouka, ascoltati da Ornette dal vivo per la
prima volta al leggendario Festival Panafricano di Algeri all fine
degli anni ‘60. Nelle forme musicali e nelle improvvisazioni
catartiche del gruppo Ornette ritrova le basi ancestrali di tutta la
sua musica. le radici di tutto l’universo musicale afroamericano.
Non solo una suggestione che spinge Coleman a tentarne la fusione
con la propria musica; nel ‘72 incide con il gruppo di Attar
materiale sufficiente a riempire (pare) ben tre LP, che la Columbia
si rifiuta di pubblicare. Solo un piccolo estratto della lunga
seduta di incisione finirà nell’album Dancing in your head (1975)
per un’altra etichetta. Negli ultimi anni lo vediamo a fianco del
figlio, Denardo, a capo di una società, la Harmolodic, con
all’orizzonte non solo grandi progetti discografici ma anche
collaborazioni con nuovi musicisti: sono già usciti ben tre nuovi
dischi, uno della rinnovata Prime Time Band (Tone Dialing) e due che
lo vedono, per la prima volta dal 1958, in un gruppo acustico a
fianco di un pianoforte. I due volumi di Sound Museum sono infatti
incisi insieme a una ritmica con il piano di Geri Allen, e con i due
musicisti che lo affiancano anche nel concerto di Firenze: Charnett
Moffett al basso, e Denardo Coleman alla batteria.
CECIL TAYLOR
UNIT (U.S.A.)
Cecil Taylor ha studiato a lungo la musica accademica occidentale.
Come pianista ha una formazione da conservatorio; la sua esperienza
"classica" è addirittura precedente a quella jazzistica. In seguito
si dedica allo studio dei suoi miti neri, specialmente Monk e
Ellington, ed aderisce alla svolta free e ai presupposti "africani"
della stessa, con particolare intensità, radicalità e intransigenza.
Non è azzardato sottolineare il collegamento tra questi due elementi
della sua esistenza: la carriera musicale di Taylor è infatti
caratterizzata dal rifiuto prima che dalla ricomposizione.
Ricomporre tutto ciò che la tradizione bianca "colta" divide: la
danza dalla musica, il corpo dalla mente, la composizione
dall´improvvisazione. Per fare questo, rifiutare è un momento
essenziale: rifiutare la cultura bianca per impadronirsi della
propria, quella nera e africana. Se il meccanismo è comune a molti
dei protagonisti della nuova coscienza nera degli anni ´60, in
Taylor emerge, proprio per contrasto con la sua formazione, in una
delle sue forme più nette e coerenti. Dunque Cecil Taylor suona e
danza insieme, agisce sul pianoforte con un approccio percussivo e
il suo uso delle tastiere ricorda, nelle intersecazioni estemporanee
delle figure ritmiche e linee melodiche, quello africano di
strumenti come il balafon (xilofono). Ma il suo africanismo è più
profondo e soprattutto più aggressivo, proprio perché vive del
conflitto perenne con la sua conoscenza profonda della musica
bianca. In "Free Jazz / Black Power", Philippe Carles e Jean-Louis
Comolli notano acutamente: «la musica di Taylor diverrà quindi il
fertile terreno di un inedito conflitto tra due modernità: quella
dell´Occidente, in rivolta più o meno dichiarata con le sue
tradizioni, e quella delle improvvisazioni poliritmiche che da un
substrato africano cercano di riaffiorare nella musica di un nero
americano».
MCCOY TYNER-ELVIN JONES
QUINTET (U.S.A.)
I protagonisti di questo omaggio a Coltrane sono due tra i suoi più
importanti discepoli, al suo fianco per una lunga stagione di
ricerca e di immensa creatività: il pianista McCoy Tyner e il
batterista Elvin Jones. Gli altri componenti del gruppo sono il
contrabbassista Reggie Workman, che fu con Trane per un periodo
relativamente breve, il trombettista Freddy Hubbard, che però
partecipò nel 1965 alla storica incisione di "Ascension", e il
sassofonista Sonny Fortune, epigono del maestro da lui profondamente
influenzato, interno alla sua poetica più che altro per il lavoro
successivo proprio con Tyner e Jones. «A Love Supreme» è il canto
del cigno di un sodalizio che in pochi anni ha prodotto non pochi
capolavori, segnando come pochi altri la storia della musica
afro-americana. Abbagliato dalla svolta colemaniana, Coltrane non si
contenta però di applicare semplicemente la libertà del suono nero
africano al suo «jazz». Vuole subito spingersi oltre, in una
direzione che in seguito gli stessi Ornette e Cecil Taylor
perseguiranno più gradualmente. Verso una funzione universale e
taumaturgica del fare musica, dove le reminescenze africane sono
poste alla pari con le altre, in una visione mistica, totale e
allucinata, verso una comunicazione musicale che è in sé preghiera e
purificazione. Da quella svolta, da quel dicembre 1964 in cui «l´amore
supremo» di Trane prese forma incontenibile, due maestri del jazz di
oggi riprendono il filo di un rapporto interrotto ma
indimenticabile, che ci riporta nel cuore della nuova coscienza nera
e africana del jazz degli anni ´60, e forse ai suoi esiti
musicalmente più estremi e conseguenti. Fu infatti questa storica
realizzazione, alla fine del 1964, che segnò il punto limite del
rapporto di Trane con il jazz moderno e la sua definitiva immersione
nel cosmopolitismo mistico-musicale verso cui la sua religiosità e
il suo strumentismo lo spingevano di pari passo. Formatosi nei
filoni rhythm´n´blues e hard-bop degli anni ´50, e affinatosi
nell´atmosfera scettica della poesia davisiana alla fine di quello
stesso decennio, Coltrane compie alla metà degli anni ´60 la sua
scelta decisiva e, purtroppo, ultima. Per Tyner e Jones essa è
allora troppo ardua e forse non del tutto comprensibile, tanto che
in breve tempo essi lo abbandonano e vengono sostituiti.
ART
BLAKEY JAZZ MESSENGERS (U.S.A.)
Nei primi anni ´40, ai tempi della rivoluzione be-bop e della
nascita del "jazz moderno", Art Blakey fu, al fianco dei vari Monk,
Parker, Gillespie, in prima fila nella svolta radicale che trasformò
il linguaggio e il ruolo sociale e comunicativo del jazz.
Contemporneamente fu tra i primi a ricercare coscientemente le
origini della propria "diversità" artistica e umana nella Madre
Africa e nell´Islam (cambiò infatti il suo nome in Abdullah Ibn
Buhaina). Dal punto di vista musicale, il suo interesse per i ritmi
sudamericani e africani lo conduce, già negli anni ´50, a un lungo
viaggio di studio in Africa Occidentale, alla ricerca delle proprie
radici ritmiche ed espressive. Quasi contemporaneamente, nel 1955,
nasce il mito dei suoi Jazz Messangers, i cui esordi segnarono la
nascita del cosiddetto hard-bop e i cui 32 anni di attività
ininterrotta ne fanno un laboratorio permanente per molte
generazioni di artisti neri. Ma da Lee Morgan a Wynton Marsalis e
Terence Blanchard, da Benny Golson e Wayne Shorter fino a Branford
Marsalis e Bobby Watson, è quasi impossibile elencare tutti i
talenti passati nelle fila di questo gruppo. E´ significativo notare
che in tutti questi gruppi Art Blakey non era e non è il direttore
musicale, scelto invece tra i più capaci della formazione, ma
piuttosto il leader carismatico, il padre spirituale, colui che, da
vero africano in questo, incarna con i suoi tamburi i fondamenti
stessi della musica e della comunicazione. E ogni nuova edizione dei
suoi Jazz Messangers rappresenta una realtà caposaldo della
creatività e del linguaggio degli afro-americani nel mondo.
EDDIE "GUITAR" BURNS &
JON MORRIS (U.S.A.)
«Non si può mai dimenticare la cultura d´origine - dice Burns con
voce bassa e profonda - e questo tipo di blues è la chiave per
capire le radici della cultura nera. Deriva direttamente dalla lotta
per l´esistenza durante il periodo della schiavitù e dai tempi
durissimi che seguirono quel periodo. Questo non lo posso
dimenticare». Da ragazzo Burns trascorse innumerevoli week-end
suonando l´armonica agli angoli delle strade, raccogliendo gli
spiccioli disseminati ai suoi piedi. Nativo di Belzoni (Mississipi),
il suo interesse per la musica fu incoraggiato dal padre e dalla
nonna che amavano "in modo peccaminoso" il blues. Cominciò a suonare
su una washboard (asse per lavare), poi passò all´armonica dopo aver
sentito i dischi di John Lee "Sonny Boy" Williamson, costruendosi
più tardi da solo una chitarra con l´aiuto del padre. Durante il
periodo bellico suonava l´arpa agli angoli delle strade di Dublino
per pochi nickel, cantando le canzoni di Tommy Mc Lennan, Jazz
Gillum, Washboard Sam e Sonny Boy. A 16 anni si trasferì a Waterloo
(Iowa) dove lavorò nelle ferrovie per poi trasferirsi a Detroit,
suonando al locale "Big Time" in trio con John T. Smith e John Lee
Hooker, e registrando "Boogie Chillun", "Burning Hell", "Notoriety
Woman" e "Papa´s Boogie". Eddie, divenuto chitarrista, si recò con
John Lee Hooker al Club Monte Carlo e lì si fermò come musicista
stabile, mentre Hooker riprese il suo cammino (1951). Negli anni
seguenti Eddie registrò per la De Luxe che lo aiutò a diventare
musicista stabile, nel 1953, presso la Tavern Longue, dove nella sua
band compariva anche Washboard Willie. Nel 1954 registrò col nome di
"Big Ed" per la Cheker ma la sua canzone "Superstition" non ebbe
molto successo. In quell´epoca Sonny Boy Williamson ritornava dal
Nord cercando un lavoro, così Eddie lo ingaggiò nella sua band. Dal
1957 fino al 1972, data a cui risale la sua prima tournée in Europa,
le cose non andarono molto bene per Eddie, e per un periodo smise
completamente di suonare; ma incoraggiato dalle reazioni del
pubblico europeo, fece altre quattro tournée in Europa,
riacquistando così la sua fama anche grazie ad un album di successo
inciso per la B&C Records dal titolo "Bottle Up And Go".
AMAMPONDO (SUDAFRICA)
"Amampondo" significa "il popolo di Pondo", popolazione Xhosa di
Pondo, località a nord di Transkei, sulla costa orientale
sudafricana. Amampondo si è formato sette anni fa nel sobborgo di
Langa, alla periferia di Città del Capo (Cape City). I membri del
gruppo sono dieci e cercano di preservare la loro cultura nella sua
integrità. Di fronte all´occidentalizzazione della cultura, e quindi
anche della musica, africana, il gruppo ha deciso di compiere una
ricerca sui ritmi e gli strumenti autoctoni viaggiando per tutto il
continente. Alcuni strumenti sono stati tratti dalla Nigeria, altri
dalla Costa D´Avorio, dall´Uganda, dallo Zimbabwe e dalla regione di
Transkei. Così il gruppo Amampondo ha sviluppato una musica
neo-tradizionale, utilizzando ritmi, canti, danze di alcuni gruppi
etnici del Sudafrica: gli Xhosa, gli Zulu, gli Shangaan, i Sotho.
Fra gli strumenti usati compaiono corni, flauti, mbira (lamellofono
a pizzico) oltre a tamburi di varie dimensioni e provenienze. La
musica è spesso accompagnata dal canto e dalla danza.
ISSOCO (ANTILLE
OLANDESI)
Alla fine dell´800 e all’inizio del 900, quando nell´isola di
Curaçao non esisteva ancora l’elettricità, gli schiavi realizzavano
delle riunioni notturne attorno ad una candela per cantare e
suonare. La gente che passava sentiva questa musica, ma non la
conosceva e non sapeva da dove veniva. La superstizione dei bianchi
attribuì questa musica agli spiriti e da questo proviene la
definizione "Muzik di Zumbi" (Musica degli Spiriti). Alla base di
questi ritmi sta il benta, arco sonoro di origine africana, e il
gogorobi (flauto). Il benta consiste di un ramo sul quale viene tesa
una corda di fibre di cocco. Tenendo un´estremità dell´arco
appoggiata alle labbra, in modo che la bocca funzioni da cassa
armonica, con un bastoncino si percuote leggermente la corda,
producendo così un suono ronzante ed etereo. Altri strumenti
utilizzati sono il wiri, raspa metallica, il matrimoniaal, strumento
monocorde orizzontale, il grande tamburo, il triangolo, il gogorobi,
un flauto ricavato da una zucca vuota con due fori. Il gruppo Issoco
si è formato nel 1983 con il proposito di salvaguardare questo
patrimonio musicale tradizionale in via d´estinzione.
ABRAHAM
AFEWERKI (ERITREA)
Da molti anni residente in Italia, Abraham Afewerki ha
partecipato a molti festival tenuti in città italiane in
rappresentanza del gruppo culturale degli studenti eritrei di Roma
sostenuti dal FLPE (Fronte Popolare per la Liberazione dell´Eritrea).
Il genere musicale di Afewerki, cantautore, rappresenta una fusione
tra musica tradizionale eritrea e quella moderna occidentale. Alcune
canzoni del suo repertorio attingono all´autentico patrimonio
musicale tradizionale, sviluppando alcuni temi legati alla nostalgia
per la propria terra d´origine, ai ricordi dell´infanzia vissuta in
Eritrea, alla speranza che venga attuata la giustizia "madre della
pace e del progresso", all´amore struggente per la donna lontana.
Dopo una prima parte solistica, il programma consiste di un set di
brani eseguiti con un gruppo di accompagnatori di sei musicisti, con
repertorio sia tradizionale che moderno, dove al krar (arpa
tradizionale) di Afewerki si uniscono strumenti moderni.
LES GENIES
NOIRES (CAMERUN)
Il gruppo Les Genies Noires (I Geni Neri) è attivo fin dal 1960
ed è composto da percussionisti e danzatori camerunensi. Xilofoni e
tamburi forniscono la base ritmica che accompagna una serie di danze
legate a celebrazioni rituali, pratiche terapeutiche, espressioni di
culto religioso, intrattenimento festivo, e altri eventi.
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