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SUBROTO ROY CHOWDHURY E
ASIT PAL (INDIA)
Brillante suonatore di sitar, Subroto Roy Chowdhury è stato
guidato nell´apprendimento della musica da eminenti maestri come
Nirmal Chakravarty, Suresh Chakravarty, Radhika Mohon Maitra e
Birendra Kishore Roy Chowdhury, diventando rapidamente uno dei
maggiori interpreti di musica classica indiana. E´ noto non solo per
il suo rispetto dei canoni tradizionali, ma anche per la sua
inventiva e la forte personalizzazione di uno stile che combina
sapientemente il senso estetico, la creatività, il virtuosismo e le
conoscenze accademiche. Per questo è considerato il più progressivo
tra i tradizionalisti, perchè riesce ad associare in una sintesi
logica le espressioni musicali antiche e moderne. Le sue
improvvisazioni sono note per il loro fascino melodico e l´armonica
fusione di musica classica e musica popolare, evidenziata dal suo
rapporto col sitar, insieme razionale ed emotivo. La sua apertura
verso altre espressioni musicali, anche non orientali, ha portato a
produzioni come "Explorations", un disco realizzato insieme al
sassofonista Steve Lacy, in cui la musica classica indiana si
incontra con il jazz in un approccio basato sulla reciproca
comprensione e il rispetto tra due musicisti provenienti da due
mondi diversi.
SRI LANKA NATIONAL
YOUTH DANCE ENSEMBLE (SRI LANKA)
Sri Lanka National Youth Dance Ensemble La danza tradizionale
singalese consiste di forme coreutiche sviluppatesi dalla
popolazione predominante dei Sinhala, vagamente rassomiglianti alle
due forme di danza classica indiana: Bharatha Natyam e Kathakali. Ma
le danze dello Sri Lanka (ex Ceylon) sono una creazione originale
del popolo singalese, prodotto della fusione con la componente
minoritaria Tamil residente nel nord-est dell´isola e nelle aree
collinari. Il famoso trattato in sanscrito sulla musica e la danza,
il Bharata Natyam, scritto da Bharata, forse tra il II secolo a.C e
il III d.C., distingue una forma di danza pura (Nritta), di danza
espressiva (Nritya) e dramma (Natya). Secondo la definizione di
Bharatha, la danza singalese rientrerebbe nel tipo Nritta,
differenziandosi così da Kathakali e Bharatha Natyam che rientrano
nella categoria Nritya. Il programma di “Musiche e danze dello Sri
Lanka” viene eseguito dall’Ensemble Nazionale giovanile dello Sri
Lanka, fondato nel 1980 allo scopo di salvaguardare e diffondere le
antiche forme di musica e danza di questo Paese. I membri della
compagnia seguono una lunga formazione con i maestri delle
differenti forme di danza e solo dopo aver raggiunto un alto livello
di prestazione svolgono tournée all’estero. I brani vocali sono
cantati da Ivor Dennis, uno dei più importanti solisti dello Sri
Lanka, allievo del maestro Sunil Shanta, creatore di una nuova
impostazione della musica tradizionale dello Sri Lanka.
ORCHESTRE
GAMELAN E DANZE DI CORTE DI YOGYAKARTA (INDONESIA)
Nel 1755 il regno Mataram di Giava centrale fu diviso in due
corti reali: Surakarta (Solo) e Yogyakarta, dando vita alla corte
Mangkunagaran di Surakarta (Solo) e alla corte Pakualaman di
Yogyakarta. Durante la dominazione olandese, queste corti non ebbero
alcun potere politico ma preservarono comunque il patrimonio
culturale tradizionale mantenendo a corte le ochestre gamelan con i
migliori musicisti e danzatori. La rivalità tra gli artisti delle
due corti portò alla formazione di due “scuole” o stili musicali e
coreutici distinti: di Solo e di Yogya. Nonostante i turbolenti
avvenimenti degli ultimi secoli, il Sultanato di Yogyakarta non ha
perso quasi nessuno dei suoi principi aristocratici. Al contrario,
ancora oggi hanno luogo grandi cerimonie e solenni festività secondo
l'antico protocollo, che mostrano il fasto dei potenti regni di
Giava. Ma poiché la natura feudale del Sultanato dovette aprirsi e
rendersi più accessibile, la tradizione culturale nata all'interno
delle corti subì un leggero effetto negativo, e specialmente le
danze di corte videro un declino qualitativo. Il Sultano
Hamengkubuwono IX si prese molto a cuore la situazione, e diede
ordine di promuovere e riabilitare le danze di corte ed il
repertorio classico, attraverso la creazione di un nuovo gruppo di
danzatori che fosse in grado di riportare la danza classica al
livello artistico e allo standard qualitativo della tradizione
giavanese. Il gruppo Suryo Kencono ('Sole dorato'), formato da 24
danzatori e musicisti, è famoso per la capacità con cui presenta sia
le danze di corte che il repertorio classico tradizionale di
Yogyakarta. Definitosi probabilmente verso la fine del sec. XIII, il
gamelan è stato conosciuto in Europa a partire dall’Esposizione
Universale di Parigi del 1889 (in quell’occasione Claude Debussy
rimase affascinato dalla musica del gamelan e dalle danze giavanesi).
L'orchestra gamelan giavanese è composta da: saron, gender (metallofoni),
bonnang (gong di bronzo), rinchik (cimbali), gendang (tamburo a
barile), gong ageng (coppia di gong) e rebab (violino a due corde di
origine araba). I vari strumenti che lo compongono eseguono la
stessa melodia con varianti ritmiche e ricche figurazioni
ornamentali, dando luogo a una sonorità complessa e timbricamente
poliedrica.
CANTI, MUSICHE E
DANZE DELLA MONGOLIA (MONGOLIA)
Quella del popolo mongolo è una cultura nomade e pastorale in cui
emergono le vestigia di antiche pratiche sciamaniche e lamaiste. La
musica e la danza sono il momento culminante delle grandi feste
collettive animate anche dalla lotta, il tiro con l’arco, le corse
dei cavalli. Come in tutte le società nomadi e pastorali il canto
occupa una posizione preminente. Il canto rompe la noia delle lunghe
ore passate a cavalcare nella steppa o a pascolare il bestiame, fa
farte delle attività domestiche quotidiane e fa parte di tutte le
riunioni tra amici e familiari. I temi trattati nella musica vocale
mongola sono inerenti al cavallo, alla caccia, alla natura in
generale. Da migliaia di anni, si canta in Mongolia il khoomei
(“faringe”), ossia il canto difonico. È un canto in cui si possono
distinguere due suoni di diversa altezza eseguiti contemporaneamente
da una sola persona. Il canto difonico (khoomei) è costituito da un
suono nasale relativamente costante corrispondente al suono
fondamentale o bordone e da un insieme di suoni acuti o armonici che
disegnano la linea melodica. Presso i Mongoli, esistono sei tecniche
diverse di canto difonico: xamryn khoomei (nasale), hagalzuuryn
khoomei (faringeo), tseedznii khoomei (toracico), kevliin khoomei
(addominale), xarkiraa khoomei (narrativo con un bordone molto
grave) e isgerex (la voce del flauto dentale, usata raramente).
Un´altra forma musicale mongola, chiamata "orten toh" (canto lungo),
si suddivide in tre forme che caraterizzano tre tendenze: il canto
corto viene definito in base al repertorio e all´impostazione della
voce, a scatti, ritmica e organizzata spesso in ritornelli; il canto
medio è basato sulle canzoni d´amore e le melodie delle celebrazioni
festive; il canto lungo propriamente detto diviene il simbolo
dell´infinito; la voce sviluppa ornamenti molto ricchi ed esprime
l´emozione del cantante per mezzo di virtuosismi e improvvisazioni,
all´interno di un repertorio sacro e filosofico. Come il khoomei,
l´orten toh permette la creazione di immagini: la musica rappresenta
simbolicamente le montagne le steppe, le foreste, i laghi, ecc. Per
quanto riguarda la musica strumentale, lo strumento nazionale è il
morin-khuur, viella ad archetto a due corde con cassa di risonanza
lignea a forma trapezoidale. Le due corde di crine di cavallo sono
accordate per quinte e il manico termina con una testa di cavallo.
Questa curiosa forma ha dato luogo ad una leggenda, secondo cui lo
strumento sarebbe nato dalle carezze date dal padrone al suo cavallo
morto. Tanto fu il dolore del cavaliere che il cavallo si trasformò
in uno strumento musicale, così da accompagnare il lamento del suo
padrone.
CORO
E ORCHESTRA DI KOTO (GIAPPONE)
Il koto, derivato dal cinese k´in, introdotto in Giappone circa
1300 anni fa, era apprezzato inizialmente come strumento di
acompagnamento della musica di corte e delle antiche ballate.
Attraverso i secoli la tecnica e la musica per koto sono state
tramandate di generazione in generazione per via orale. Solo intorno
al 1630, Kengyo Yatsuhashi, il più grande maestro di koto, ha
trascritto quelle che si supponeva fossero le prime musiche
giapponesi per koto. Più tardi altri due giapponesi, Kengyo Ikuta e
Kenyo Yamada, hanno sistematizzato le teorie relative agli
arrangiamenti della musica per koto. Queste due teorie fondamentali
sono state trasmesse fino ad oggi con i nomi "Yamada ryu" (scuola
Yamada) e "Ikuta ryu" (scuola Ikuta), che sono attualmente le due
più importanti scuole di musica per koto. All´inizio del XX secolo
la musica per koto ha cominciato ad essere influenzata dalla musica
occidentale. Il più grande maestro contemporaneo, Michio Miyagi, è
riuscito a creare nuove armonie contribuendo all´ampliamento del
repertorio per koto, che oggi comprende composizioni che prevedono
l´uso di strumenti musicali occidentali. Lo strumento, dalla sua
comparsa in Giappone, ha subìto varie modifiche e trasformazioni.
Attualmente il koto è dotato di 13 corde di seta, tese su una cassa
armonica di legno della lunghezza di circa 1,80 metri, e sorrette da
ponticelli mobili (jiki). Il musicista, inginocchiato davanti allo
strumento, usa tre pezzetti d´avorio stretti al pollice, all´indice
e al medio della mano destra con strisce di cuoio.
STEVE LACY
SEXTET (STATI UNITI D'AMERICA)
Fu verso la fine degli anni ´50 che Steve Lacy e altri personaggi
chiave del jazz contemporaneo incontrarono l´Oriente: l´incontro fu
insieme filosofico e musicale. Alla scoperta della modalità delle
musiche orientali, dunque di uno sviluppo dell´improvvisazione del
tutto nuovo per la cultura afroamericana, si accompagnò la ricerca
di riferimenti filosofici ed esistenziali alieni all´eurocentrismo
WASP di marca yankee. Tutto questo in un´apertura cosmopolita che
certo cominciava a individuare la Grande Madre Africa, ma che
cercava anche in culture lontane, poco mercificate, poco riducibili
agli schemi bianchi e occidentali, il nucleo di un´autonomia che
voleva essere insieme di vita, di cultura e di linguaggio. Per Lacy,
ebreo newyorkese di origine russa, non ancora venticinquenne, sono
quelli gli anni decisivi. Dopo il folgorante apprendistato
dixieland, gli anni 1956-57 significano per lui Gil Evans, Cecil
Taylor e soprattutto Theolonius Monk, cioè l´incontro con le
personalità più importanti per il suo sviluppo e per la sua musica.
In pari tempo, e con la stessa rigorosa partecipazione, Lacy
incontra la filosofia e la musica indiana, la letteratura
tradizionale cinese e le sue implicazioni musicali, il complesso
pensiero Zen. Tutte queste informazioni, assemblate con un
pragmatismo di fondo che era e resta profondamente jazzistico, sono
l´enorme bagaglio da cui Lacy non si separerà mai; da questo ha
continuato e continua a pescare nelle sue peregrinazioni musicali ed
esistenziali, fino alla piena maturità parigina dei giorni nostri e
al suo impareggiabile sestetto. I Japanese Blues dunque non sono
altro che un capitolo di una storia lunghissima e intensamente
vissuta, che lo ha portato tra l´altro a lavorare spesso a fianco di
veri musicisti tradizionali, come l´indiano Subroto Roy Chowdhury o
il giapponese Masa Kwate. Dopo il ciclo del Tao e la sua lunga e
felice persistenza nel repertorio di Lacy, questi blues giapponesi
sono in realtà la riflessione sulla poesia giapponese dell´epoca
classica: una riflessione lunga, ormai maturata in anni di tentativi
o, come Steve Lacy ama dfinire il rapporto tra la sua musica e la
cultura tradizionale orientale, di “lunghe, bellissime sfide”.
MAJID KIANI
(IRAN)
Il santur è una cetra trapezoidale di origine orientale molto
antica e attualmente diffusa in Iran, Medio Oriente e Asia Centrale.
È costituito da una cassa a forma di trapezio su cui sono tese le
corde sollevate da ponticelli mobili di legno duro. Il santur si
suona percuotendo le corde con due bacchette di legno con
l'estremità ricurva. In Irak, Turchia e India del nord si usano
bacchette abbastanza pesanti per sfruttarne il rimbalzo naturale per
gli abbellimenti; in Iran si usano bacchette leggerissime e gli
ornamenti si ottengono alternando i colpi destri e sinistri.
L'apparizione del santur nella musica colta persiana è relativamente
recente e non figura in nessuna rappresentazione antecedente
all'epoca Qajar (XIX sec.). Majid Kiani è riuscito a far rivivere
una tradizione pressoché scomparsa da una trentina d'anni, mediante
la ricostruzione e la pubblicazione di tutto il repertorio
tradizionale del santur.
MUSICA E DANZE
TRADIZIONALI DEL TADJIKISTAN (TADJIKISTAN)
La popolazione del Tadjikistan appartiene allo stesso gruppo
etnico dei persiani, parla la lingua farsi mescolata con parole
arabe ed è di religione musulmana sunnita. La musica e la danza
fanno parte della vita individuale, familiare, comunitaria: tutte le
feste familiari, le celebrazioni civili e le cerimonie religiose si
svolgono in un´atmosfera musicale. Si possono distinguere tre generi
musicali principali: la musica classica, la musica popolare, la
musica religiosa (anche se i confini tra questi tre generi non sono
molto ben definiti). Il shashmaqom, musica classica eseguita da
piccoli gruppi di dutar, setar, rhabab, guidjak, dombra, naï, doira
e tabla, è suonato sia dai contadini nei tchaïkhanat (case del tè)
che dai musicisti che insegnano nei conservatori della città. La
musica popolare modale, come anche il shashmaqom, appartiene al
sistema turco-arabo-persiano, e si esprime in diverse forme. Sia gli
inviti alle feste profane (ad esempio la festa del Navrouz) che alle
manifestazioni religiose (la festa Aïd, alla fine del Ramadan,
circoncisioni, matrimoni) vengono fatti da gruppi strumentali con
strumenti a fiato - i lunghi karnaï d’ottone (tromba telescopica
lunga dai due ai tre metri), i surnaï (oboe suonato con la tecnica
della respirazione circolare continua) – e a percussione: le doïra
(tamburi a cornice). I cantastorie khondan bagoulou narrano, con una
voce di gola, le innumerevoli storie del Gurguli, la ricca e
avventurosa epopea dei conquistatori della "Via della Seta". Il
falak, o musica del cielo, consiste in una lunga invocazione
eseguita da una sola voce che tenta di stabilire il contatto tra Dio
e l´uomo solitario. Il cantante impiega quasi sempre dei modi in
minore su cicli di ritmi dispari (in genere 5/8). I canti basem
(canti di matrimonio), eseguiti dagli uomini nelle cerimonie
matrimoniali, imitano spesso il passo del cavallo o del cammello.
Questi canti si caratterizzano per la molteplicità dei ritmi del
cantante (che è anche danzatore), e per la potenza della sua voce.
Anche le donne impiegano tre tipi di emissione vocale (gutturale,
nasale e falsetto) cantando ad esempio delle ninne-nanne
semimprovvisate. Le danze, eseguite sia dagli uomoni che dalle
donne, possono essere descrittive o mistiche: al primo genere
appartengono le danze che si riferiscono ai mestieri (la battitura
del grano, la tessitura, i portatori d’acqua, ecc.), al secondo
genere, più astratto, appartengono le invocazioni e le preghiere. I
movimenti di queste danze, concentrati soprattutto nei piedi, nelle
braccia e nelle spalle, fanno pensare immancabilmente ai mudra
indiani per la loro esattezza e codificazione gestuale. Alcuni
ricercatori tagiki sostengono che esse conservano il ricordo
dell’antica religione mazda, che era basata sull’adorazione della
luce e del fuoco, per la rapidità con cui vengono eseguite certe
rotazioni muscolari che evocano il crepitio delle fiamme. Il nucleo
del gruppo del Tadjikistan proviene dal villaggio di Karatag (sulle
Montagne Nere), alla frontiera con l´Uzbekistan. Il gruppo è
composto da 16 persone e presenta alcuni aspetti della ricca e vasta
cultura del Tadjikistan.
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