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CHEB KHALED (ALGERIA)

Khaled Hadj Brahim, in arte “Cheb Khaled” (cheb in arabo significa “ragazzo”), nato nel 1960 a Orano (il centro del raï) è considerato il “re del raï”. Nel 1974, a soli quattordici anni, incise il suo primo singolo, “Trig El Lici”. La sua vita cambiò con l’incontro con il produttore Rachid Baba Ahmed, che rivoluzionò il sound del raï inserendo strumenti elettrici e tecniche di registrazione tipiche della musica pop. L’uso di sintetizzatori, chitarra elettrica e batteria elettronica favorì l’avvicinamento delle nuove generazioni alla musica raï. Dopo il successo conseguito nell’85 ad un festival ad Orano, fu costretto dalle minacce degli integralisti islamici a trasferirsi a Parigi. Per Khaled la cosa più importante è mostrare come la musica sia il percorso migliore per giungere alla conoscenza di una cultura, specialmente se, come in questo caso, si dispiega in un teso dialogo tra tradizione e modernità. Le tradizioni sono quelle di un cantante nato in Algeria, un misto di poesia mediterranea e intransigenza islamica; quelle del peso della famiglia, la violenza dei tabù, la modestia dei sentimenti; quelle delle funzioni e dei giorni di una società i cui freni sono duri a morire. La modernità è la resistenza ai fondamentalismi religiosi, la liberazione delle donne, la difesa della democrazia. Tutti questi temi circolano nelle canzoni di Khaled.

 

CHARAM NAZERI (IRAN)

Considerato una delle più grandi voci della musica classica persiana, Chahram Nazeri è nato a Kermanshah, nel 1950, da una famiglia di musicisti e il padre lo ha iniziato al canto fin da bambino; a soli 8 anni veniva invitato alle riunioni sufi per interpretare il Masnavi, il poema di Rumi. A dieci anni viene iniziato al radif, il repertorio classico persiano basato sul sistema modale (dastgah), sotto la guida del grande Karimi. Nel 1975 vince il primo premio nel più importante concorso di musica tradizionale iraniana a Teheran. Molto studio e tanta libertà creativa, per quest’uomo saggio che ha fatto del misticismo una “via del canto”; ignorando le critiche dei “puristi” ha proseguito per la propria strada, elevando il linguaggio musicale a vette inaudite. Inconfondibile il suo vibrato, la profondità della sua voce, che si coniuga alla perfezione con i suoni della sua formazione nella quale spiccano il daf (grande tamburo a cornice) suonato da lui e da Pejman Hadadi che suona anche lo zarb (tamburo a calice) e da Hafez Nazeri; nell’ensemble vi sono poi Hamid Montebasem (ai liuti tar e setar), Ardeshir Kamkar (kamancha) e Hossain Bhroozi-Nia (barbat).

 

SALAMAT ALI KHAN (PAKISTAN)

Dalla fine del XVIII secolo, su un immenso territorio che va dall´Afganistan al Bangladesh, lo stile di canto classico che prevale è il kayal, genere nato dal dhrupad, che gode di un certo prestigio anche presso una parte di pubblico occidentale. Opposto al dhrupad, alla sua forma sobria, rigida e ieratica, il kayal (lett. "immaginazione"), è un genere classico molto ricco che si è sviluppato al contatto con influenze mongole e musulmane. Genere estremamente scintillante, vivace, elastico e ricco di frasi rapide ed estemporanee (le famose taan), rimane comunque legato al genere dhrupad, in particolare nell´uso solistico dei raga (alap, jor, jhala) e in certe forme di oscillazione (gamak). Discendente da una tradizione secolare di cantanti e musicisti di corte, Salamat Ali Khan, nato nel 1935 nel distretto di Hoshiarpur, oggi nel Punjab indiano, è uno dei massimi interpreti dello stile kayal appartenente alla scuola (garana) Sham-Chaurasi. La spartizione del vecchio impero indiano obbligò la famiglia a trasferirsi nel Pakistan nel 1947. Salamat Ali Khan è uno dei cinque figli, tutti musicisti, di Ustad Vilayat Ali Khan, celebre cantore in stile dhrupad che lo ha iniziato a questo genere. Il giovane Salamat aveva una tale predisposizione che ha debuttato in pubblico a soli 9 anni e i suoi zii materni, i fratelli Shami, celebre duo vocale dell´epoca, hanno completato la sua formazione. Salamat è accompagnato da suo figlio Sahrafat Ali Khan (canto e armonium) e da Naipal Radjkoumar (tabla).

 

MAH DAMBA (MALI)

La cultura mandingo dell’antico regno del Mali è diffusa in tutta la regione del Sahel, ossia quella parte dell’Africa Occidentale che alcuni secoli fa appartenevano all’Impero del Mali, sorto dopo quello del Ghana e prima del Songhai. I Bambara del Mali, i Malinké di Mali e Guinea, i Mandinka del Gambia, i Djoula della Costa D’Avorio, rientrano nel gruppo etno-linguistico mande/mandingo. Nata a Bamako nel 1965, Mah Damba è la figlia di Djéli Baba Sissoko, uno dei più illustri djelì (griot) del Mali. Attualmente è considerata una delle grandi voci della musica africana di tradizione bamana (o bambara). La straordinaria cantante maliana esegue brani del repertorio bambara, risalente al XVI secolo, che hanno per tema le gesta epiche dei grandi personaggi del regno di Ségou e degli animali fantastici che popolano la loro mitologia. Oltre al repertorio bambara, Mah Damba interpreta il repertorio mandé e soninké. Gli strumenti utilizzati sono:

  • Lo n’goni, liuto a 4 corde, costituito da una cassa armonica in legno di mango coperta da una pelle di mucca. Probabile antenato del banjo americano, questo strumento è presente in tutta l'Africa occidentale sotto diversi nomi: n’goni in lingua Bambara (Mali), xalam in lingua Wolof (Senegal), tidnit in lingua Hausa (Mauritania), gambaré in lingua Soninké.
  • Il tambin ("felce" in lingua Peul) è un flauto traverso. La testa è modellata nella gomma prodotta dallo stesso albero e il resto del flauto è decorato da strisce di stoffa e di pelle sulle quali sono fissate delle conchiglie tradizionalmente importate dall'Oceano Indiano.
  • La kora, arpa-liuto le cui 21 corde sono tese su un manico molto lungo, passando su un ponticello alto; la cassa armonica è costituita da una mezza zucca svuotata, coperta da una pelle di vacca.
  • Il balafon (o bala), xilofono a 21 lamelle il cui suono viene amplificato da piccole zucche munite di filamenti di bozzoli di ragno. Il gruppo è composto da Mah Damba (canto), Mamaye Kouyate (n’goni), Moriba Koita (n’goni), Lansine Kouyaté (balafon) e Aly Wague (tambin).

 

DAVID "HONEYBOY" EDWARDS (STATI UNITI D'AMERICA)

David "Honeyboy" Edwards, è uno dei rari ed autentici bluesman del Delta del Mississippi ancora in attività. Nato nel cuore della regione del Delta, ha viaggiato a lungo con il grande Robert Johnson e con Big Joe Williams, personaggi che hanno influenzato fortemente il suo stile vocale e strumentale. Ha suonato e inciso dischi con i più grandi bluesman del nostro tempo: Muddy Waters, Charlie Patton, Robert Fetway ed altri ancora. Il famoso etnomusicologo Alan Lomax lo ha "scovato" alla Stovell's Piantation di Memphis nel 1941 e lo ha intervistato e registrato lungamente considerandolo un originale testimone del blues, anche se per questo materiale è stata impossibile la registrazione su vinile. Negli anni '50 a Memphis registra due indimenticabili versioni dell'intramontabile "Sweet Home Chicago" per l'etichetta Sun di San Phillips, ma resteranno inedite per più di venti anni e saranno attribuite ad un oscuro pianista, Albert Williams. Trasferitosi a Chicago attira l'attenzione del produttore Len Chesa. In seguito fa parte del gruppo originale degli Aces con Fred Below e i fratelli Myers. Nel 1969 registra quattro titoli sull'antologia "Really's Chicago Blues" e per il suo notevole contributo si guadagna l'attenzione della critica. Negli anni '70 registra infine vari album completamente acustici dove emerge la sua autenticità e la popolarità delle sue radici. "Honeyboy" è accompagnato dal valente armonicista Michael Frank.

 

MONACI TIBETANI DEL MONASTERO DI SERA ME  (INDIA)

Il collegio monastico di Sera Me, fondato nei presi di Lhasa, capitale del Tibet, nel XV secolo, divenne una delle tre istituzioni più importanti del buddhismo tibetano, un centro rinomato per l’approfondimento della conoscenza della dottrina di Buddha attraverso lo studio dei sutra, dei tantra e delle pratiche rituali, dell’arte e della letteratura sacra. Sera Me venne rifondato nel 1969 nel sud dell’India. Attualmente è uno dei centri più attivi per lo studio e la formazione del buddhismo tibetano. Lo spettacolo proposto dai monaci del monastero di Sera Me è molto ricco e comprende una serie di danze che celebrano in special modo gli animali sacri del buddismo tibetano: il leone delle nevi, lo yak e il cervo, nonché la storia e le leggende di quella cultura. I dieci monaci di Sera Me sono diretti dal Lama Kyabje Gosok Rinpoce, una delle personalità più importanti della tradizione monastica detta "ghelugpa".

 

MANDINO TRIO - PHARO ENSEMBLE  (FRANCIA)

Il jazz manouche si colloca tra blues e folklore, all'ombra dell'esempio di Django Reinhardt. Dei legami tra musica zigana e afroamericana si parla da sempre: popoli déracinés, sradicati, senza radici entrambi, i primi sparsi nel mondo a partire dall'India, i secondi deportati, ed entrambi destinati a vivere in società che non riconoscono loro qualità specifiche. Agli zingari non è capitato di poter sviluppare un linguaggio di portata analoga a quella del jazz: ma di questo si sono impadroniti, affiancandolo, come capita nella tradizione manouche, ai sentori di bossa nova e di musica da danza gitana, alle csardas e ai temi classici. Una mescolanza di elementi eterogenei, specifici e stranieri, che dà origine a una musica di spiccata originalità, tale da averne fatto l'attributo distintivo di una comunità. E non è tanto il "materiale" a caratterizzare questa musica in chiave zigana, bensì l'"interpretazione", qualcosa che serve a distanziare il materiale di partenza. In questo senso anche il blues finisce per contribuire all'espressione manouche: non tanto la tecnica blues, quanto piuttosto il suo spirito, il feeling, analogamente a quanto accade con il flamenco per gli Andalusi o il fado per i Portoghesi. Mandino, la cui musica è ispirata all'esempio di Django, è un chitarrista egualmente conosciuto nel mondo manouche e in quello jazz; Pharo è un giovane violinista di talento, dotato di un eccezionale vibrato. In trio con contrabbasso e chitarra suona musica d'origine balcanica piegando volentieri il suo violino a soluzioni swing.

 

MAHABARATHA: COMPAGNIA KATHAKALI  (INDIA)

Il Kathakali, che ha le sue origini in un piccolo e lussureggiante stato della costa sud-occidentale dell’India, il Kerala, è il teatro indiano per antonomasia. Per vari secoli è stato eseguito presso i templi dove, dal crepuscolo all’alba, narrava la magia dei suoi miti e leggende, le avventure degli déi e dei demoni, degli eroi e dei cattivi, le sue storie d’amore e di guerre. Profondamente influenzati dalla tradizione classica del teatro sanscrito e della cultura dravidica dell’India del sud, gli elementi di questa arte sono rintracciabili già negli antichi rituali induisti del V secolo d. C., ma trovano una formalizzazione definitiva solo nel XVII secolo, quando il Rajah di Kottarakkara compose gran parte del repertorio rifacendosi all’epopea classica induista del Ramayana e del Mahabharata. La classicità di questa danza è fondata sul suo accordo con le regole cardine del Natya Sastra, la Bibbia del teatro indiano. Nel tempo, altri elementi della tradizione folklorico-religiosa sono poi divenuti parte integrante della danza. In Occidente ci si riferisce a questa forma teatrale come opera, dramma danzato, pantomima, ma in realtà nessuna di queste parole esprime pienamente il concetto fondamentale del teatro indiano, in cui il testo e la sua rappresentazione scenica si fondono nella musica, nella danza e nell'azione. Per rappresentare il testo, l'attore ha quattro mezzi espressivi a propria disposizione: la musica (vocale e strumentale), i gesti (delle mani e del corpo, i passi di danza), l'espressione facciale e l'aspetto (il costume e il trucco). Gli affascinanti costumi e l'elaborato trucco, gli stilizzati movimenti pieni di energia, le evoluzioni del canto e dei tamburi fanno del Kathakali uno spettacolo unico e altamente suggestivo. Tuttavia, è la sottile espressione delle emozioni la "spina dorsale" di questo teatro. L'attore del Kathakali è infatti in grado di controllare ogni singolo muscolo facciale, mentre l'elaborato trucco sottolinea la chiarezza delle espressioni. Nell’antica India, le emozioni, gli stati mentali sono stati classificati entro: otto permanenti, trentatré transitori e otto involontari. Attraverso i secoli, questa classificazione ha costituito il materiale drammatico da cui la maggior parte delle forme di teatro-danza indiano hanno attinto il loro significato e la loro estetica. Per diventare un grande attore di Kathakali, è necessario un lungo e disciplinato periodo di formazione. Lo studio della danza comincia all’età di otto anni, e continua per almeno dodici anni consecutivi. Dopodiché almeno vent’anni di esperienza e di pratica sono necessari perché l’attore raggiunga quel livello trascendentale di virtuosismo tecnico, necessario all’espressioni delle emozioni. Troupe Kerala Kalamandalam: : “MAHABARATHA” La troupe teatrale di Kathakali Kerala Kalamandalam, fondata dal poeta Vallathol, è formata da sedici danzatori e musicisti del Kalamandalam e presenta uno spettacolo di Kathakali, così come viene presentato in India, dal tramonto all’alba, attingendo dalle grandi epiche indiane del Mahabaratha e del Ramayana.

 

 

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