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MUSICA DEI POPOLI -
XIX EDIZIONE "Danzamusica" |
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Guy Klucevsek, quarantottenne musicista newyorkese, ha creato
un originale repertorio per fisarmonica che raccoglie sue
personali composizioni e oltre 50 brani ideati da altrettanti
compositori tra cui John Zorn, Louis Vierk, Somel Satoh, Fred
Frith, Alvin Lucier, Mary Ellen Childs, William Duckworth, Anthony
Coleman, John King, Stophen Montague il Kronos Quartet, con i
quali ha condiviso esperienze discografiche e concertistiche. Il
repertorio proposto ripercorre un viaggio dalla polka al tango
tradizionali passando per il jazz e la musica contemporanea. Dopo
lo strepitoso progetto del 1987, "Polka From The Fringe", due Cd
dedicati ad un excursus sul ballo popolare, tra tradizione e
improvvisazione, divertimento e ricerca, Klucevsek ha girato tutto
il mondo con il suo gruppo Aint't Nothin' But A Polka, riscuotendo
ovunque calorosi consensi. Non ci sono molte incisioni che si
ispirano a Mahler, così come a Dvorak, a "Salt Peanuts" e alle
polke, a spirituals e tanghi, a canzoni sull'unione del Sudafrica,
così come a walzer, sambe e musica zydeco; con il Cd "Manhattan
Cascade" (1992), Klucevsek tocca tutte queste varietà musicali con
uno "strumento-solo" di per sè ricco di tradizione: la
fisarmonica. Inventata nel 1820, la fisarmonica è meglio nota come
strumento per la musica popolare, e Guy Klucevsek ha iniziato le
sue prime esperienze musicali con le tradizioni popolari slovene;
cresciuto in una comunità slovena in Pennsylvania (Usa), fin da
bambino ha suonato in molte bands di polka. Ma il suo genio
musicale si è presto evoluto creando un nuovo stile nel suonare la
fisarmonica, una sorta di esperanto musicale dalle mille
influenze: melodie impegnate e frivole, arabeschi di note, il
fraseggio ipnotico del primo minimalismo, i registri bassi dei
bordoni sottolineati dai registri alti a ricordare le cornamuse
scozzesi e la musica per fisarmonica bulgara. Considerato l'accordeon
più affascinante sulla scena della New Music, Guy Klucevsek si
presenta a Firenze per una solo-performance destinata a lasciare
il segno per l'originalità e il ritmo vitale che la
caratterizzano.
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La Louisiana ha originato (assieme al jazz) uno stile musicale
regionale proprio, non lontano da New Orleans, nella zona del
Bayou, pianura paludosa e tuttora abitata dai Franco-Canadesi che
si stabilirono in quella zona all´indomani della capitolazione di
Quebec ai Britannici. Il paese che lasciarono alle spalle era
chiamato "Acadia", e con il tempo il loro appellativo "Acadian"
divenne Cajun. Oggi la musica dei francofoni della Louisiana si
distingue in due stili di "colore" diverso: il cajun, in cui
compare il violino con la fisarmonica accompagnante, spesso con
l´aggiunta di un triangolo, e il zydeco, dalla pronuncia patois
della canzone tradizionale "Les haricots sont pas salés" (riferito
ai tempi duri in cui mancava la carne salata per insaporire i
fagioli), in cui la fisarmonica è generalmente lo strumento
melodico e tra le percussioni figura l´asse da lavare (rubboard)
come idiofono a frizione. Lo zydeco, suonato da virtuosi
fisarmonicisti, è una curiosa mistura di rhytm´n´blues,
rock´n´roll, valzer, musica caraibica ed è cantato sia in inglese
che in francese. Donatto, cantante fisarmonicista e leader del
gruppo, ha iniziato giovanissimo a suonare apprendendo l´uso dello
strumento dalla nonna. Possiede una sua personale e rigorosa
convinzione su questa musica: «Il vero zydeco si suonava con la
fisarmonica, violino, rubboard e triangolo. Io ho tolto il violino
e aggiunto la batteria e la chitarra, ma non uso i fiati perchè
non vanno bene con lo zydeco». Gli Zydeco Slippers sono una delle
band più popolari e richieste per le grandi feste all´aperto e
nelle balere; nonostante il grande successo, vengono considerati
uno dei gruppi zydeco più genuini. La conferma è stata data dalla
loro prima apparizione europea al Blues Estafette olandese del
1989, dove hanno raccolto ampi consensi tra il pubblico. Il gruppo
è composto da Alcide Donatto Senior (fisarmonica), Sherman Thomas
(chitarra), Gerald Bates (batteria) e Joseph Shirley Bruno (rubboard).
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La musica da ballo romagnola ha origine nella seconda metà
dell´Ottocento imitando lo stile dei valzer, polke e mazurke
mitteleuropei: attingendo direttamente dagli spartiti di famosi
autori viennesi (Lanner, Strauss, Labitzky, ecc.), dai ritmi di
danza presenti nelle operette francesi di Jacques Offenbach e
Charles André Lecocq, oppure affidandosi alla creatività di
qualche musicista-compositore che ad essi si rifaceva. Una musica,
quindi, che non ha nessun legame con il patrocinio di balli
folklorici presenti sino a quel momento in Romagna (trescone,
saltarello, manfrina, ecc.) anche se alcune delle prime orchestre
mantennero nel loro repertorio alcuni di questi balli. Il processo
di identificazione della Romagna nei valzer, polke e mazurke fu
indotto ed iniziò durante il Ventennio fascista per rispondere
alla necessità e all´orgoglio di avere autonome radici musicali.
In realtà questi nuovi balli seppellirono definitivamente quelli
autenticamente popolari di cui non rimase traccia. Attorno agli
anni ´20-´30 di questo secolo, le orchestre da ballo romagnole
introdussero la voce fino a quel momento inesistente, poi alcuni
strumenti musicali provenienti dall´America e segnatamente dal
jazz (batteria, sax, banjo, ecc.). Ancor più marcata questa
influenza si manifestò negli anni ´40. Negli anni ´50 e ´60 la
musica da ballo romagnola divenne un genere musicale conosciuto
anche al di fuori della regione, le chitarre divennero elettriche,
i testi delle canzoni si adeguarono ai tempi, le occasioni per
ballare non erano più i soli veglioni di carnevale o della
stagione dei bagni. Gli anni ´70 e ´80 videro crescere le
orchestre-spettacolo dove la musica romagnola era parte di un
grande spettacolo di intrattenimento danzante ispirato alla
tradizione, alla nostalgia e alla retorica. Insomma, la musica da
ballo romagnola deve essere considerata un genere musicale che ha
voluto imporsi in modo così sfacciatamente marcato da risultare
credibile, vendibile e divertente. Una musica chiamata liscio,
senza un vero perché. All´origine della musica da ballo romagnola
vi fu Carlo Brighi (1853-1915), da tutti conosciuto in Romagna col
nomignolo di "Zaclén" (anatroccolo). Può essere considerato il
capostipite di una lunga serie di compositori e capi-orchestra che
si dedicarono alla diffusione del ballo di coppia. Era violinista
nell´orchestra del Teatro Comunale di Cesena, ma presto abbandonò
l´attività orchestrale per dedicarsi completamente alle serate da
ballo ed agli intrattenimenti nei caffé-concerto. L´intraprendenza
non gli mancava. Adibì parte della casa di Bellaria a sala da
ballo dove affluiva, specie nei pomeriggi domenicali, gente da
ogni parte. Fu certamente in occasione dei tanti veglioni
organizzati sul finire del secolo scorso che nacque l´imperioso
invito di "Taca, Zaclén", nel tentativo di far riattaccare
all´orchestra un nuovo ballo, divenuto poi un modo di dire
romagnolo. Franco Dell’Amore.
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Baaba Maal, nato nel 1953 a Podor nella provincia del Fouta, è
uno dei più noti e apprezzati cantanti del Senegal. Origininario
dell’etnia Tukolor (Toucouleur) del gruppo Peul (Fula o Fulani)
diffusi nel nord del Senegal, Baaba Maal non appartiene ad una
famiglia di musicisti tradizionali (griot), ma ad una famiglia di
pescatori. Le sue prime conoscenze musicali le ha apprese dalla
madre, che cantava per diletto nelle feste di matrimonio e altre
cerimonie.Il suo maestro di chitarra è un griot, cioè un musicista
per diritto ereditario, Mansour Seck (presente nel concerto di
Musica dei Popoli). Il suo percorso artistico è simile a quello di
molte star della musica africana nel 1982 si trasferisce a Parigi
per frequentare il conservatorio e forma il gruppo Wandama. Torna
poi a Dakar dove forma il gruppo Daande Lenol (La voce del popolo)
con Mansour Seck. Nel 1990 incontra Peter Gabriel che lo farà
partecipare all’album “Passion”. Successivamente, però, il
percorso artistico di Baaba Maal ha avuto una svolta con il
desiderio di un ritorno alle proprie radici e alla tradizione
musicale dell'Africa Occidentale; il ritorno alla tradizione si è
reso palese nella presentazione al festival fiorentino in cui
Baaba Maal si è esibito assieme a due griots provenienti dalle
prestigiose famiglie dei Seck (Mansour Seck) e dei Cissokho (Kauwding
Cissokho), affiancati da un virtuoso di xalam, Dembe Dia.
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Nella seconda metà degli anni '80, il Balletto Nazionale della
Costa d'Avorio toccò il suo massimo splendore in patria e
all'estero, non solo come corpo di danza e percussioni attivo in
tutto il mondo, ma anche come fucina e scuola dove i talenti
provenienti dai vari villaggi e dalle varie etnie, confrontavano
le rispettive tradizioni, imparavano dai maestri anche fuori dalle
funzioni tradizionali. Agli inizi di questo decennio il gruppo
divenne Balletto Nazionale Marahouet, ma il suo ruolo rimase lo
stesso. Da queste esperienze provengono gli artisti di Griot
Metropolitain, che da qualche tempo risiedono in Italia e in
particolare insegnano presso scuole di danza e di musica
fiorentine. Il nome del gruppo però, non è solo la metafora di un
itinerario culturale, ma un po' la storia vera di Brahima Dembelé,
che è per nascita e tradizione familiare un maestro musicista, un
vero griot, figlio e nipote di musicisti e cantastorie. Dal padre
Boawetian e dallo zio Piano ha appreso l'uso del balafon, dallo
zio Tofio l'arte della kora, ma, ancora dallo zio Piano e
soprattutto dalla madre Marianne, anche lei di famiglia griot, il
canto, a cui la tradizione della sua etnia, i Djoula, lo destina
per sangue ancor prima che per talento. A 15 anni Brahima ha poi
scelto, con logica tutta individuale e moderna, di dedicarsi al
tamburo djembé, e per questo ha vissuto a lungo nelle case-scuola
dei maestri in Costa D'Avorio e in Burkina Faso. Diventato maestro
a sua volta, l'allievo più promettente che ha ora è un piccolo
griot di 10 anni, il fratellino Adama. Il percorso di Brahima si
snoda dalla provincia di Nepié, nel nord del suo paese, fino
all'Europa, attraverso la capitale Abidjan e i tour dei corpi di
ballo nazionali. Il viaggio è comune ai Koiatè, ai Konté, ai Touré,
ai Kanté, guineani, maliani e senegalesi, ai Mousa Sosa gambiani,
e ai tanti altri griot delle savane, Djoula, Mandingué, Bambarà,
poi divenuti famosi in tutto il mondo. Come loro, questo Dembelé
djoula ivoriano, ha scelto sì di conservare il suo ruolo di
cantore, ma di creare anche nuova musica insieme ad altri africani
e ha deciso, in questo l'unico per ora, di "adottare" Firenze e
l'Italia.
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La pioniera del rai fu Cheika Remitti El Ghilzania, che cantò
per prima nei night club algerini il piacere del sesso e della
vita laica. Il suo pubblico ne fu immediatamente entusiasta e,
grazie anche alle sue doti canore, Cheikha divenne una stella di
grande successo. Nata nel 1923 a Relizane, un piccolo villaggio
algerino, presto orfana, Remiti el-Reliziana (celebre poi come
Cheikha Remiti), cresce nella regione di Orano, inizia a esibirsi
come ballerina in equivoci locali notturni, ma anche nelle feste e
nei matrimoni, seguendo la tradizione tipica delle cheikhat.
Quando incise il suo primo 78 giri nel 1936 per la Pathé si face
subito apprezzare dalle menti libere e detestare dagli
integralisti a causa dei testi provocatori e dissacranti che
compone nonostante si dichiari spesso animata da fede religiosa.
Quello era solo l'inizio di una carriera decennale costellata di
centinaia di cassette reperibili sia nei suk magrebini che nelle
vetrine di Barbes, fino ad arrivare all'ultimo disco "Sidi Mansour"
inciso in compagnia delle chitarre di Robert Fripp, di East Ray
Bay dei Dead Kennedys e del basso "slappato" di Flea dei Red Hot
Chilli Peppers per la produzione di Geza X, destinato a scalare
vertiginosamente le hit della World Music. Tutto il suo repertorio
trae ispirazione direttamente dalle vicende della sua vita e verrà
spesso "rubato" nei testi e nelle composizioni, dalla nuova
generazione del pop-rai. La sua vita è stata un'avventura: da
orfana senza fissa dimora nella regione di Orano a ballerina in
una compagnia di musicisti, fino a cantante che ha contribuito a
definire le tematiche del rai. La “Piaf” del rai adesso si fa
chiamare Hadja, dopo l'avvenuto pellegrinaggio alla Mecca dove ha
incontrato la spiritualità, dopo la fame, la miseria, le epidemie
(la famosa "Peste" di Camus del 1940) e la scandalosa
frequentazione, per anni, di bordelli e di altri luoghi malfamati
della regione di Orano.
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KLEZMATICS
STATI UNITI D'AMERICA
Il gruppo si riunisce intorno alla figura del trombettista
Frank London, attivo nel Lower East Side di New York già nel 1986,
con il preciso intento di rispolverare e rivitalizzare il klezmer,
la musica degli Ebrei emigrati nell'Europa dell'Est e legata alle
tradizioni originali delle comunità yiddish. I Klezmatics hanno
contribuito a far conoscere ad un pubblico più vasto una musica
fino a quel momento relegata alle cerimonie e alle feste popolari
dei quartieri ebraici (e quindi all'ascolto ma soprattutto alla
danza); ne hanno subito intuito il forte potenziale di sviluppo e
di coinvolgimento, complice uno svecchiamento e un'ibridazione con
altre forme e generi musicali, in grado di superare barriere
linguistiche, etniche e culturali. Una scommessa coraggiosa,
giocata in tempi non sospetti, che si sta rivelando vincente. I
Klezmatics sono stati, con pochi altri, i precursori di una
profonda riscoperta dell'arte e della cultura ebraica, un
atteggiamento che sta raccogliendo sempre più proseliti nel mondo
degli artisti e degli intellettuali americani. Questa tendenza ha
portato alla stesura di un manifesto programmatico della "New
Jewish Radical Culture", ad opera di un gruppo di importanti
artisti per lo più di base a New York (Brooklyn), e legati in
buona parte alla new music, al jazz e all'improvvisazione: da John
Zorn, a Don Byron, da Marc Ribot a Tim Berne, Marc Feldman e
altri. Nel 1988, chiamati per la prima volta in Europa, i
Klezmatics hanno inciso a Berlino, dopo un trionfale tour, il loro
primo album "Shvaygn = Toyt". Il secondo lavoro "Rhythm + Jews",
registrato alla fine del 1990, è stato distribuito un paio di anni
dopo; nel loro terzo album, “Jews with Horns”, pubblicato
dall’etichetta Piranhaseguitano a diffondere un idioma klezmer
rielaborato e consono alle nuove tendenze della scena musicale
contemporanea. Nel frattempo, hanno preso parte ad alcune
compilations (tra cui "Klezmer 93 NWC", sotto gli auspici
dell'etichetta "Knitting Factory Works" legata all'omonimo club
newyorkese) e Frank London ha pubblicato, insieme al gruppo e ad
altri ospiti, la colonna sonora del film di Jonathan Bermen, "The
Shvitz". Dediti ad una intensa attività dal vivo, i Klezmatics
hanno intrapreso in questi anni molti tours mondiali, sono stati
in cartellone al Montreal Jazz Festival, ad alcuni Festival Womad
legati all'etichetta di Peter Gabriel, e hanno girato tutto il
Sudamerica insieme agli Inti Illimani. Hanno partecipato a
numerosi special televisivi e radiofonici e composto musiche
originali per alcuni balletti della coreografa. Khevrisa (USA)
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L'amicizia tra Santino Spinelli, Rom abruzzese nato a
Pietrasanta di 30 anni, e Francisco "Paco" Suarez Saavedra, gitano
di Badajoz residente in Extremadura (Spagna) di 41 anni, è nata
negli ambienti universitari manouches, cioè tra gli intellettuali
zingari europei. L'idea è quella di rivendicare una "Ziganità" ("Romanipè")
non solo musicale, che parte dall'India e arriva in tutta Europa
insieme a un popolo errante, spesso perseguitato, sempre
marginale, che poi si è sparso in tutto il mondo. E in questo
peregrinare si è portato con sè, tra le tante altre cose, almeno
musiche e danze che hanno influenzato e influenzano tutta la
musica mondiale. Tra flamenco e canzoni zingare italiane, tra
ritmi slavi e balcanici e jazz manouche, tra musiche tradizionali
indiane e violini zigani, questi loro spettacoli li portano a
volte a "...gian avri katar pe", "uscire da se stessi".
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FARAFINA
BURKINA FASO (ex-Alto Volta)
Il gruppo Farafina (che in lingua djoulà significa "il paese
della gente con la pelle nera" o semplicemente "negritudine") è il
nome del più famoso gruppo di musica tradizionale africana. Il
gruppo, originario di Bobo-Djoulasso nel Burkina Faso (ex-Alto
Volta), è stato fondato nel 1977 da Mahama Konate, uno dei
celebrati suonatori di balafon. Il gruppo è composto da sei
musicisti, fra cui, come vuole la tradizione, due suonatori di
balafon, uno con funzione solistica e l´altro d’accompagnamento,
tre suonatori di djembé e di bara. Il balafon, diffuso in varie
forme in differenti zone dell´Africa occidentale e
centro-meridionale, è uno xilofono costituito da tasselli di legno
ai quali vengono applicati dei risuonatori di zucca. Il bara è un
tamburo ricavato da una zucca a cui è stata asportata la calotta e
sulla quale viene tesa una pelle di capra. Ha un suono grave e
solitamente tiene una linea ritmica di base. Il djembé è un
tamburo a calice ricavato da un unico blocco di legno scavato su
cui viene tesa una pelle di capra con un sistema di corde
intrecciate e tese fra tre anelli metallici. Il repertorio dei
Farafina include sia canti legati alla terra e alla vita
quotidiana, sia canti che narrano miti e leggende degli antenati:
"Faso djigui", canto Djulà dedicato ai coltivatori; "Orodara
Sikiri", omaggio a Orodara (il balafon evoca il ritmo dei
cavalli); "Djounelle wo na yer yo", musica senufo suonata durante
i funerali; "Foumangan dalo", canto di tradizione Bobo per la
raccolta dei cereali. Il repertorio comprende canti e danze
provenienti dalle culture Senufo, Bambara, Djulà e Bobo.
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con Shaykh Hamza Shakur e l’ensemble al-Kindi Il termine
sufismo designa la componente mistica dell’Islam, organizzata
sottoforma di confraternite in gran parte dei Paesi musulmani. La
confraternita dei dervisci Mawlawiyya è stata fondata dal poeta e
mistico persiano Jalal al-Din Rumi (1207-1273). In Occidente sono
conosciuti soprattutto i Dervisci Mevlevi turchi (noti come
“Dervisci Rotanti”) ma, a partire dal sec. XVI, si sono formate
delle tradizioni locali originali anche al Cairo, Aleppo e
Damasco. In Siria, le Confraternite mistiche dei dervisci sunniti
hanno sviluppato nella loro takiyya o zawiya (luogo di riunione
delle confraternite) un repertorio di musica sacra di grande
ricchezza. La tradizione siriana infatti, ha saputo associare ai
canti mistici sufi un passato dove una moltitudine di stili si
sono incrociati con risultati di grande rilevanza e originalità.
Nei canti misurati, lawashihi, o nelle magnifiche improvvisazioni
vocali, layali e ibtihal, che glorificano Dio, nei poemi cantati,
qasida o nei canti classici di origine arabo-andalusa,
muwashshahat, la musica e i canti sufi hanno sempre integrato
brani di epoche e di origini diverse. D´altra parte il confine tra
sacro e profano nel sufismo diventa molto labile: sia la musica
cerimoniale del sama che la musica classica araba sono accomunati
dagli stessi principi musicali: i modi (maqam) e il ritmo (wasn). Shaykh
Hamza Shakur, nato nel 1947 a Damasco, è il più grande cantante
dei riti religiosi siriani e ne è anche l’interprete alla grande
moschea Omayade di Damasco. La sua voce grave e profonda, è
accompagnata dall’ensemble al-Kindi, fondato da Julien Jalal
al-Din Weiss in omaggio al grande musicista e filosofo dell’VIII
secolo Abu Yussuf al-Kindi. Anche se raramente utilizzato per
l’accompagnamento dei canti religiosi, il qanun (cetra
trapezoidale a cui Weiss ha aggiunto 24 corde alle 78 tradizionali
realizzando così un salterio a 102 corde) si alterna alla voce
dello Shaykh, assieme alle improvvisazioni (taqsim) del flauto di
canna, nay, di Ziad Kadi Amin, discepolo del leggendario
Abdelsamad Safai.
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Poeta, attore, studioso di tradizioni popolari, chitarrista e
cantante, Antonio Infantino cominciò la sua carriera artistica
professionale a Milano, al mitico Nebbia Club, quando nel 1966,
decise di lasciare la sua Lucania e in particolare il paese di
Tricarico, dov'è nato e cresciuto. Furono Fernanda Pivano e
Giangiacomo Feltrinelli a convincerlo a pubblicare un libro di
poesie e subito dopo Nanni Ricordi gli fece incidere un album e
Dario Fo lo chiamò a lavorare nel suo "Ci ragiono e canto". Fu
quello lo spettacolo che lo rese famoso, soprattutto attraverso
una canzone, "Avola", che divenne uno degli "inni popolari" del
'68 italiano. A conclusione di questa vicenda, Infantino dà vita
al nucleo storico dei "Tarantolati", con i quali coniuga il suo
estro libertario e totalizzante con l'esigenza di legarsi alle
tradizioni autentiche e antichissime della sua gente lucana e ai
suoi studi sociali, storici e filosofici. La tradizione del
tarantismo, resa nota nel dopoguerra dagli studi dei massimi
demologi italiani (Ernesto De Martino e Diego Carpitella) è
l'antecedente linguistico e rituale della tarantella, ed ha uno
dei centri di irradiazione nel paese di Tricarico, dove Infantino
è cresciuto. E qui in Lucania, per tradizione familiare prima che
per studio e interesse filosofico e musicale, ne ha appreso la
tradizione e gli inestricabili misteri. Il tarantismo ha
certamente origini orfiche e pitagoriche (proprio Pitagora viveva
e studiava a Metaponto, in vista di Tricarico) ed è comunque
legato, fin dalle culture mediterranee pre-greche, ai complessi
riti di possessione e di musicoterapia che dettero vita per
esempio ai "fescennini" carnevaleschi delle genti etrusche e
italiche. Tricarico, estrema propaggine meridionale del sistema
appenninico, è stato da sempre un centro della transumanza delle
greggi: dalla sua antichissima cultura, e da quella di altri
centri collegati in tutto il Mediterraneo, sono partiti certamente
gli elementi base non solo della tarantella, ma di gran parte
delle musiche e dei riti tradizionali dell'area. |
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