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AFRICAMUSICA
IV
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| DJELI MOUSSA DIAWARA (Guinea)
Djeli Moussa Diawara (kora, voce)
Circa trent'anni fa Djeli Moussa Diawara è nato, nella seconda città
della Guinea, Kankan, e si è subito trovato immerso nella musica tradizionale. La madre
è infatti una griotte, e dunque cantante (e "solo" cantante, come la tradizione
impone a tutte le musiciste di casta tra i griot della cultura Mandingo). Il padre è già
allora un griot maestro stimatissimo di balafon, ricercatissimo in particolare come il
miglior fabbricante dell'area di questi strumenti. Tra le otto lingue utilizzate in Guinea
quella dei Malinkè (Mandingo) chiama "djeli" quei musicisti di casta che i
francesi chiameranno poi griots. E il piccolo Djeli, a partire dalle percussioni, comincia
il suo apprendistato tradizionale tra giochi e disciplina, al fianco del fratello maggiore
Mory Kante, lo stesso che molti anni dopo, già "in carriera", lo chiamerà a
Parigi e ne rispetterà la diversità e la fedeltà alle tradizioni. E proprio sulla Kora
di Mory che il dodicenne Djeli scopre la sua vocazione strumentale. Poi più di due anni
nel Mali, a tempo pieno a casa dei grandi maestri Batourou Sekou Kouyate e Sidiki Diabate.
Da lì il percorso è quello "canonico" (solo molto precoce rispetto agli altri,
grazie al fratello maggiore che lo protegge e strappa alla mamma i permessi prima del
tempo) per i griots maschi della sua generazione. Prima ad Abidjan, capitale della Costa
d'Avorio e capoluogo indiscusso della vita musicale dell'Africa occidentale. Poi in
Europa, con approdo a Londra nel 1988 e un lungo tour al fianco di Youssou n'Dour e Ali
Farka Touré. Ma sono ancora la lingua e la famiglia (Mory Kante, appunto) che lo spingono
poi a Parigi. Tra la "Ville Lumière" e la sua Guinea si realizza così, negli
ultimi anni, il suo destino di virtuoso emergente, fedele alle atmosfere tradizionali ma
in grado di far "rinascere" la Kora con una ricchezza di suoni mai
"esplorati", a detta di molti, da nessuno prima di lui.
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| RUMPILÉ TRIO (Brasile)
Gilson Silveira (percussioni,voce) Kai Dos Santos (percussioni,voce)
Massimo Orlando (flauto traverso, flauti etnici)
RumPiLé è l'insieme dei tre tamburi sacri (atabaques) del Candomblè,
il complesso dei riti religiosi sincretici Afro-Brasiliani. Sono gli strumenti che durante
il rituale fanno da tramite tra il mondo materiale e quello spirituale. Rum è il tamburo
più grande e dal suono più grave, Rumpi il medio, Lè il più piccolo ed acuto. Nel
Candomblè ogni strumento a percussione ha un ruolo ben preciso ed un importanza vitale
per stabilire il contatto spirituale desiderato. è"RumPiLè" non propone un
rituale accompagnato dal suono primordiale ed ossessivo dei tamburi ma un concerto
condotto da musicisti di formazione culturale e musicale diverse, dove gli aspetti
rituali, magici, terapeutici, mistici e religiosi del Candomblè sono una costante fonte
di ispirazione. Il gruppo fondato da Gilson Silveira e Kal Dos Santos è impegnato nel
mantenere uno stretto legame, dal punto di vista musicale, con una ricca tradizione
percussiva, quella della cultura Afro-Brasiliana. Il trio RumPiLé, in cui ai due
brasiliani fondatori si somma la formazione occidentale di Massimo Orlando, propone uno
spettacolo dove tamburi, flauti e voce dialogano fra loro, evocando i segnali dei riti
sacri raccontando storie e leggende che condensano la memoria storica dell'incontro tra
lusitani, indios e africani.
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| CONFRATERNITA GNAWA (Marocco) "Les Maitres De Guembri"
Un concerto che è anche un rito, una festa, una celebrazione mistica;
per illustrarlo estraiamo alcuni brani dal bel saggio di Antonio Baldassarre "La
musica dei Gnawa del Marocco" (in Culture Musicali, nn. 10/11)
I Gnawa del Marocco sono i componenti di una tariqa (sentiero, via
mistica e, per estensione, confraternita) che conta adepti in tutto il Maghrèb ed è
costituita per la maggior parte da neri provenienti dai paesi del Sudan occidentale (Mali,
Mauritania, Senegal, Guinea, Niger, Nigeria del Nord, Burkina Faso). La migrazione verso
il Marocco di gruppi provenienti da etnie sudanesi (fulani, bambara, haussa), che
attraversano il Sahara sulle rotte dei traffici di oro, di sale e di schiavi, precedette
la conquista araba e venne incrementata in seguito all'abbattimento dell'ultimo dei grandi
imperi dell'Africa occidentale. La pratica coreutico-musicale dei gnawa, causa e
manifestazione di uno stato di coscienza particolare (hal), assolve differenti funzioni,
religiose, terapeutiche e sociali: si ritiene che la partecipazione collettiva ai ritmi ed
alle danze, pratica principale della confraternita, esplichi una funzione terapeutica nei
confronti dei disturbi psichici. Con il nome di gambrì (gnbri) viene designato il liuto
suonato dal m'allem sia come strumento solista che per l'accompagnamento dei canti.
Gambrì è, più propriamente, il nome del liuto berbero, a cassa di legno piriforme,
talvolta ricavata da un guscio di tartaruga, con corde messe in tensione per mezzo di
cavicchi. Nonostante la sua natura di strumento popolare, nel contesto di una tradizione
musicale orale, il guembrì mantiene un'"aura" elusiva e la sua pratica può
essere considerata appannaggio di un'èlite, in ragione del carattere riservato della sua
fabbricazione e del lungo e difficile tirocinio al quale deve sottoporsi chi voglia
apprenderne i segreti.
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| GIUSEPPE CONSOLMAGNO (Italia) Riminese, classe 1958, formatosi in Italia, ma curioso esploratore di
civiltà musicali, Giuseppe (detto Peppe) Consolmagno utilizza strumenti in gran parte
autocostruiti con materiali recuperati nei suoi viaggi, come la zucca, il legno, il bambù
ed il metallo. Questa sua attitudine lo porta a tenere seminari e workshop sulla musica
extraeuropea e sulla costruzione degli strumenti a percussione, una specializzazione che
lo ha fatto diventare il fornitore privilegiato di personaggi quali Nanà Vasconcelos,
Cyro Baptista, Airto Moreira, Trilok Gurtu, solo per citare alcuni dei più celebri. I
brani composti da Consolmagno tra i quali si possono ascoltare quelli su CD Kalungumachine
inciso con Antonio Marangolo sono, nella maggior parte, ispirati alla tradizione popolare
brasiliana. Il Brasile è la sua terra ideale, di cui è profondo conoscitore; ma la sua
musica in realtà si esprime attraverso strumenti che appartengono anche ad altre culture,
come l'Africa, l'Asia: il Gong Birmano, la Conchiglia, le Tazze da meditazione, i Vasi
africani, i Flauti ad una nota pigmei, l'Acqua, il Berimbau, il tamburo parlante ed i
tamburi ad acqua, uniti insieme alla voce, creano una dimensione unica, dove svolgono i
ruoli preponderanti vari elementi espressivi: il suono naturale, il silenzio, il colore ed
il ritmo. Altra caratteristica della sua ricerca è lo stretto rapporto intimistico che
instaura con i suoi strumenti. Egli stesso dice: "Lo strumento quando è suonato male
risponde male, quando è suonato bene, in maniera appropriata, risponde bene, comunque
suona, comunque parla. Il musicista tanto più conosce quel determinato strumento, le sue
origini, le sue fibre, tanto più può dialogare con Lui".
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| SOLÒ RAZAFINDRAKOTO e Passy Rakotomalala (Madagascar)
Solò Razafindrakoto (chitarre, voce),
Passy Rakotomalala (valiha - arpa malgascia, percussioni)
Nato in Francia da genitori malgasci, Solò Razafindrakoto fa ritorno
ancora giovane nel suo paese di origine, dove inizia la sua carriera di musicista con i
Pumpkins. Cronista e in seguito critico musicale per un quotidiano nazionale, incontra il
docente del jazz africano, Manu Dibango che lo convince a recarsi a Parigi per cercare
fortuna. Da poco arrivato nella capitale francese, diventa il bassista prediletto da
Myriam Makeba e inizia a lavorare nell'ambito del blues e del country con elementi
malgasci e sud-africani, collaborando contemporaneamente con lo zairese Ray Lema. Nel
frattempo diviene anche virtuoso di chitarra, affermato compositore e band leader. In
quest'ultima veste, e in quella di produttore, lo troviamo, nel 1992 in Malgache
connection, pietra miliare della riscoperta della musica del Madagascar; nella quale
riunisce una miriade di musicisti di diverse generazioni ed etnie. L'intento, riuscito, è
quello di creare un suggestivo mosaico raccogliendo le più diverse influenze della vasta
area che si affaccia sull'Oceano Indiano, ma tenendo sempre come punto di riferimento
fisso l'ammaliante musicalità malgascia. L'energia dei giovani e l'esperienza degli
anziani che, per la prima volta in un progetto musicale, si integrano a vicenda, rendono
il senso dell'operazione di Solo, un'avventura che gli ha consentito di proporre uno
spazio di creazione senza confini al servizio della musica malgascia odierna. Nel 1995 la
felice esperienza si ripete con Fruit du voyage.E ancora virtuosismo, poesia e spaesamento
in questo caleidoscopio sonoro, fedele come il precedente allo spirito dei malgasci e alla
volontà di rinnovamento delle proprie tradizioni. Complice di Solo nelle più svariate
situazioni, comprese quelle appena accennate è Passy Rakotomalala: virtuoso della Valiha
(la caratteristica arpa malgascia) e squisito percussionista. Il suo senso della scansione
ritmica è rigoroso e puntuale (per questo viene scherzosamente soprannominato "il
ragioniere") e ben si adatta ad accompagnare gli arabeschi sonori di Razaf.
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| CAETANO VELOSO (Brasile) Caetano Veloso è uno dei protagonisti più originali ed auterevoli del
rinnovamento musicale brasiliano dalla fine degli anni '60. Cantante e compositore, ma
anche regista di cinema, giornalista e scrittore, Caetano è, contemporaneamente, l'erede
naturale rispettoso della tradizione sonora del Brasile, ed un artista cosmopolita e
poliedrico, attento al nuovo, con una musica sempre, e profondamente, calata nel reale.
Nato a Santo Amaro, nello stato di Bahia, Caetano si avvicinò alla musica con la scoperta
di Joao Gilberto, la "voce" della bossa-nova, il musicista che definiva una
nuova dimensione per l'interprete con un canto appassionante e rarefatto. Joao conquistò
il giovane bahiano che proprio nella vitalità della tradizione, nel suo costante
divenire, rintracciò la possibilità di arricchire la sua musica di ogni stimolo senza
perdere il contatto con il passato.Così nella proposta di Caetano il samba degli anni '30
convive con l'elettricità del rock, sintetizzati nel "Tropicalismo" degli
inizi, il messagio esplosivo negli anni della dittatura militare che Caetano e compagni
pagarono con il carcere e l'esilio.Da qui l'attaccamento totale alla sua arte, ad una
musicalità estroversa, generosa e sincera, che usa con agilità i linguaggi del mondo,
l'art-rock e la sperimentazione, le melodie del fado e la canzone napoletana, per definire
un song-book di rara efficacia. Trenta e più dischi documentano l'avventura di Caetano,
che procede con l'entusiasmo e la sorpresa degli esordi, per un artista che ama definirsi
semplicemente "un amico della musica". Il concerto presentato a MdP '96 sarà
basato in buona parte su Fina Estampa un' appassionante carrellata nel repertorio della
canzone popolare Ispano-Americana con una scelta di brani allargata per l' occasione al
recupero di alcuni classici del suo repertorio. (Giuseppe Vigna)
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MORIBA KOITA et LE SOROTOUMOU (Mali)
Moriba Koita (n'goni) Oumou Kouyate (voce) Lssana
Kouyate (balafon) Yacouba Sissoko (kora) Michel
Fernandez (djembe) Ali Wague (flauto)
La famiglia dei Griots Koita è originaria del villaggio Kenenkoun,
nella regione di Koulikor (55 km. da Bamako). Dall'età di 4 anni Moriba viene condotto a
praticare la musica e si specializza presto nello N'GONI, cordofono tradizionale simile a
un liuto 4 corde. Entrato giovanissimo a far parte dell'Ensemble strumentale di stato del
Mali, Moriba ha vissuto in pieno la vicenda dei griot della sua generazione, sbocciata
sulla scia delle "seconde" vedettes africane. Viene infatti chiamato ad
accompagnare molti di questi grandi personaggi prima in patria (tra gli altri Salif Keita
e i due Fanta Damba, ) e poi in Europa (al fianco di Manu Dibango, Mory Kante, Nagnanka
Bell e altri). Dal 1993 vive sempre più spesso a Parigi ed è qui, a contatto con
l'emigrazione maliana e africana in generale, che fonda il suo SEROTOUMOU (la parola
significa regno, o territorio, di tutti i Koita). Il gruppo diventa il luogo dove, pur
senza particolari dogmatismi, Koita torna a un registro puramente tradizionale in un
contesto di musica d'ascolto, chiamando al suo fianco diversi altri griots (uomini e
donne) maliani, ma anche altri artisti africani e francesi disposti a lavorare su un
progetto da lui definito di "una formazione classica africana".
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| AIRA YO-LES FRERES DEMBELÈ (Burkina Faso)
Brahima Poumayeli Dembelè (balafon, Djembe, tama, bara, voce)
Souleymane Dembelè (dum dum, bara, voce) Adama
Dembelè (djembe, tama, balafon)
La famiglia Dembelè è originaria del villaggio Piò, regione di
Djibasso (nell'attuale Burkina Faso, ai confini col Mali), in una zona povera di risorse
naturali e turistiche, dunque relativamente immune da influenze culturali esterne. Ancor
più di di altre etnie Alto-Voltaiche quella Bobò Bwa ("Oule" in lingua
Djoula), è storicamente nota per la fierezza con cui si è opposta a ogni colonizzazione
morale e materiale, e costituisce uno dei nuclei più antichi di cultura tradizionale
vivente. La famiglia Dembelè, costituita oggi da più di 50 elementi, tutti attivi
musicalmente, appartiene da sempre alla casta dei griots. Da alcuni anni Brahima Poumajeli
("il grande griot") Dembelè vive e lavora a Firenze, impegnato in attività
legate alle sue conoscenze tradizionali ma anche in tentativi di sintesi e confronti con
musicisti di diversa estrazione. Da qui alcune riuscite collaborazioni, anche
discografiche, e una presenza costante nella nostra area in ogni iniziativa di spessore
legata alla musica africana. Attraverso di lui e ormai da oltre un biennio, il Centro Flog
sta lavorando a una ricerca che coinvolge progressivamente tutta la famiglia Dembelè, e
che si è già concretizzata, oltre che in molte iniziative collaterali, in due edizioni
di Musica dei Popoli e nella co-produzione, all'inizio di quest'anno, di un CD audio di
musiche tradizionali ("Aira Yo, la dance des jeunes griots", Amiata Rec., Arnr
1596). Souleymane e Adama rappresentano, ancor più di Brahima, l' ultimissima generazione
Dembelè "tutta africana", sempre in moto tra il villaggio e le città (Abidjian
e Ouadagoudou) tra identità tradizionale e nuovi ruoli sociali e musicali.
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GABIN DABIRÉ TRIO (Burkina Faso)
Gabin Dabiré (chitarra, percussioni, voce) Paul Dabiré
(percussioni) Daniele Malvisi (fiati)
Gabin Dabiré è nato in Burkina Faso da una famiglia di sangue reale
del gruppo etnico Dagari e approda in Europa, prima in Danimarca e poi in Italia, alla
metà degli anni '70, per completare gli studi superiori. Immediato il suo contatto con un
area musicale "alternativa" europea, le cui vie lo conducone tra il '77 e il '78
a lunghi soggiorni di studio in Oriente, in India in particolare. Da allora l' Italia, e
da molti anni l'area del Chianti, diventano la sua residenza stabile. Da qui continua le
sue ricerche sui linguaggi tradizionali del suo continente d'origine (non solo su quelli
musicali) e affianca all'attività di musicista quella di promoter culturale a tutto
tondo. I lavori da lui pubblicati negli ultimi anni sono così non solo registrazioni
musicali, peraltro significative, ma anche contributi di ricerca che collocano le
tradizioni africane in un contesto più complesso di grande interesse.
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MILTON KWAMI POUR LE MOOB
(Costa d'Avorio)
Milton Kwami (chitarra, voce) Godfred Amama (percussioni)
Milton Kwami appartiene all'etnia Allandian, del grande gruppo degli
Akan. È originario del sud dell'attuale Costa d'Avorio e vive da molti anni in Italia.
Prima a Roma, dove partecipa negli anni '80 all'esperienza "storica" dei
"Conga Tropical" (protagonisti del primo Lp prodotto in Italia per un gruppo
africano) e fonda poi un suo gruppo ("Akwaba"). Poi a Firenze, infittendo
progressivamente la collaborazione con Ivoriani residenti a Firenze, in particolare col
gruppo degli "Africa X". La sua ricerca attuale è dedicata a uno dei più
tipici e noti ritmi della Costa D'Avorio, il "Moob".
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JUSTIN VALI TRIO (Madagascar)
Justin Vali (valiha,kabasy, voce) Romeo Tovoarimino (chitarre)
Clement Randrianantoandri (percussioni)
Dal Madagascar, l'isola dalle mille facce e dai mille colori, l'isola
rossa, patria del Bilo (voodoo malgascio) sorgono ricchezze musicali tuttora poco
conosciute. Una musica meticcia, colorata, che sembra a volte familiare, perfino
universale. Difatti, oltre al patrimonio insulare arricchitosi con la presenza di ben 18
gruppi etnici, a formare l'identità musicale del Madagascar hanno contribuito anche le
influenze del sud-est asiatico, del Golfo Persico, del Sud-Africa e perfino della cultura
francese e più largamente europea. Justin Rakotondrasoa, discendente di una nobile
genealogia di musicisti, è uno dei più giovani esponenti della musica malgascia
contemporanea. Suona il Kabosy (piccola chitarra a quattro corde) ma anche e sopratutto il
Valiha (arpa malgascia), strumento nazionale per eccellenza, dal quale ha preso il suo
nome d'artista: Vali. Cetra tubolare ricavata da un pezzo di bambù con 21 corde di
metallo tese attorno allo strumento, la Valiha viene utilizzata sia nella musica popolare,
per l'accompagnamento del ballo o per il sostegno del canto, che nell'esecuzione di
musiche rituali (riti di possessione e purificazione, esorcismo, sedute terapeutiche...).
Ritmi ancestrali e sperimentazione, dunque, sono gli elementi espressivi dei musicisti del
Justin Vali trio, formazione che oltre al leader comprende due valenti solisti: Romeo
Tovoarimino chitarrista dal particolarissimo stile e il poliedrico percussionista Clement
Randrianantoandri.
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MALIKA DOMRAN (Algeria)
Malika Domran (Voce) Feth-Allah Ghoggai (Chitarra)
Badreddine Boubbache (Piano) Abdelghani Torqui
(Basso) Arezki Baroudi (Batteria) Rabah Khalfa (Derbouka)
C'è stato un tempo in cui la tradizione proibiva alle donne algerine
di cantare in pubblico e c'è stato un tempo in cui il conflitto tra integralismo e mondo
culturale ha impedito alle donne algerine di affermarsi. Malika Domran ha scelto di
cantare ed è quindi stata costretta all'esilio per poter lavorare. E, come Chaba Fadela e
molte altre, ha scelto Parigi. Compositrice oltre che cantante, Malika stupisce per la sua
particolare interpretazione della canzone kabyle, ed è tra le protagoniste della
rinascita della musica berbera. Discendente dal ceppo etnico berbero, il popolo kabyle, al
quale appartiene Malika, è fiero ed orgoglioso e porta con sè la rivendicazione della
propria identità. Da sempre oppressa, ma mai piegata questa minoranza che abita una
regione montagnosa ad est di Algeri, ricca di costumi, leggende e tradizioni antichissime,
è spesso costretta al silenzio e si è vista, in anni recenti umiliata dai tentativi di
normalizzazione, intrapresi più volte dal Governo Algerino attraverso l' ostracismo di
usi e costumi millenari e addirittura il divieto dell' uso della lingua kabyle e del suo
insegnamento scolastico. Ma quello Kabyle è un popolo che non accetta compromessi, in
eterno conflitto con il potere centrale per affermare la propria autonomia e che cerca di
riaffermare il valore della tolleranza e dell'Amazigh, l'uomo libero, ed è quindi in
contrasto al tempo stesso con gli Integralisti islamici e con la loro visione di una
religione onnipresente e onnipotente. Un popolo che lancia un grido, un appello impregnato
di amore, sensibilità e sensualità. E la voce femminile più accreditata di questo
popolo è proprio quella di Malika Domran, che canta in berbero la condizione femminile e
le problematiche ad essa legate nel suo paese, e innalza un inno struggente allo spirito e
al cuore della Kabylie libera.
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| SAMIA BEGGA e Gruppo Emenn -Le Ballet Salya- (Algeria) Le Ballet Salya:
Samia Begga Nassima Aichouche Suzanne Beattie
Farida Kadri
Gruppo Emenn:
Mohamed-Arab Ourad (Flauto) Abdelkamel Labbaci (Chitarra)
Lahouari Bennedjadi (Chitarra, Nagueres) Rabah Khalfa
(Derbouka, Voce)
Samia Begga, che moltissimo successo ha riscosso in tutta Europa, vive
da anni a Parigi ed è stata responsabile per la danza dell'Associazione di Cultura
Berbera. Giovane coreografa e ballerina, lavora con la sua compagnia, le Ballet Salya,
sulla riproposta in chiave moderna delle danze popolari del Maghreb. "Au Village de
Djeddi", lo spettacolo che verrà presentato stasera è un viaggio, tra le diverse
regioni dell'Algeria e le sue minoranze etniche, con le loro specifiche tradizioni
culturali e la loro realtà musicale: danze urbane effetuate dalle donne in occasione di
feste familiari, balli chaoui eseguiti solitamente per ringraziare Madre Natura della sua
generosità, ritmi e danze kabyle, balli Saadaoui, a cui il popolo algerino ricorre per
danze d'amore e seduzione, e infine balli Tindouf e danze Tuareg. In questi tableaux che
compongono lo spettacolo di Samia, la colonna sonora è stata affidata al gruppo musicale
Emmenn, diretto da Houari Bennedjadi e Lala Ourad. L'immediatezza del suono e la grande
capacità comunicativa delle ballerine del ballet Salya creano i presupposti per un
approccio tanto istintivo quanto ragionato che riesce a coinvolgere un pubblico
etereogeneo grazie al fluire delle emozioni e alla profondità dei contenuti. Una delle
loro ultime performance, all'Istituto del mondo arabo a Parigi, si è conclusa con una
grande ovazione e una serie di recensioni estremamente positive.
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