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MdP 1996

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AFRICAMUSICA IV

 

DJELI MOUSSA DIAWARA (Guinea)

Djeli Moussa Diawara (kora, voce)

Circa trent'anni fa Djeli Moussa Diawara è nato, nella seconda città della Guinea, Kankan, e si è subito trovato immerso nella musica tradizionale. La madre è infatti una griotte, e dunque cantante (e "solo" cantante, come la tradizione impone a tutte le musiciste di casta tra i griot della cultura Mandingo). Il padre è già allora un griot maestro stimatissimo di balafon, ricercatissimo in particolare come il miglior fabbricante dell'area di questi strumenti. Tra le otto lingue utilizzate in Guinea quella dei Malinkè (Mandingo) chiama "djeli" quei musicisti di casta che i francesi chiameranno poi griots. E il piccolo Djeli, a partire dalle percussioni, comincia il suo apprendistato tradizionale tra giochi e disciplina, al fianco del fratello maggiore Mory Kante, lo stesso che molti anni dopo, già "in carriera", lo chiamerà a Parigi e ne rispetterà la diversità e la fedeltà alle tradizioni. E proprio sulla Kora di Mory che il dodicenne Djeli scopre la sua vocazione strumentale. Poi più di due anni nel Mali, a tempo pieno a casa dei grandi maestri Batourou Sekou Kouyate e Sidiki Diabate. Da lì il percorso è quello "canonico" (solo molto precoce rispetto agli altri, grazie al fratello maggiore che lo protegge e strappa alla mamma i permessi prima del tempo) per i griots maschi della sua generazione. Prima ad Abidjan, capitale della Costa d'Avorio e capoluogo indiscusso della vita musicale dell'Africa occidentale. Poi in Europa, con approdo a Londra nel 1988 e un lungo tour al fianco di Youssou n'Dour e Ali Farka Touré. Ma sono ancora la lingua e la famiglia (Mory Kante, appunto) che lo spingono poi a Parigi. Tra la "Ville Lumière" e la sua Guinea si realizza così, negli ultimi anni, il suo destino di virtuoso emergente, fedele alle atmosfere tradizionali ma in grado di far "rinascere" la Kora con una ricchezza di suoni mai "esplorati", a detta di molti, da nessuno prima di lui.

 

RUMPILÉ TRIO (Brasile)

Gilson Silveira (percussioni,voce)    Kai Dos Santos (percussioni,voce)     Massimo Orlando (flauto traverso, flauti etnici)

RumPiLé è l'insieme dei tre tamburi sacri (atabaques) del Candomblè, il complesso dei riti religiosi sincretici Afro-Brasiliani. Sono gli strumenti che durante il rituale fanno da tramite tra il mondo materiale e quello spirituale. Rum è il tamburo più grande e dal suono più grave, Rumpi il medio, Lè il più piccolo ed acuto. Nel Candomblè ogni strumento a percussione ha un ruolo ben preciso ed un importanza vitale per stabilire il contatto spirituale desiderato. è"RumPiLè" non propone un rituale accompagnato dal suono primordiale ed ossessivo dei tamburi ma un concerto condotto da musicisti di formazione culturale e musicale diverse, dove gli aspetti rituali, magici, terapeutici, mistici e religiosi del Candomblè sono una costante fonte di ispirazione. Il gruppo fondato da Gilson Silveira e Kal Dos Santos è impegnato nel mantenere uno stretto legame, dal punto di vista musicale, con una ricca tradizione percussiva, quella della cultura Afro-Brasiliana. Il trio RumPiLé, in cui ai due brasiliani fondatori si somma la formazione occidentale di Massimo Orlando, propone uno spettacolo dove tamburi, flauti e voce dialogano fra loro, evocando i segnali dei riti sacri raccontando storie e leggende che condensano la memoria storica dell'incontro tra lusitani, indios e africani.  

 

CONFRATERNITA GNAWA (Marocco)

"Les Maitres De Guembri"

Un concerto che è anche un rito, una festa, una celebrazione mistica; per illustrarlo estraiamo alcuni brani dal bel saggio di Antonio Baldassarre "La musica dei Gnawa del Marocco" (in Culture Musicali, nn. 10/11)

I Gnawa del Marocco sono i componenti di una tariqa (sentiero, via mistica e, per estensione, confraternita) che conta adepti in tutto il Maghrèb ed è costituita per la maggior parte da neri provenienti dai paesi del Sudan occidentale (Mali, Mauritania, Senegal, Guinea, Niger, Nigeria del Nord, Burkina Faso). La migrazione verso il Marocco di gruppi provenienti da etnie sudanesi (fulani, bambara, haussa), che attraversano il Sahara sulle rotte dei traffici di oro, di sale e di schiavi, precedette la conquista araba e venne incrementata in seguito all'abbattimento dell'ultimo dei grandi imperi dell'Africa occidentale. La pratica coreutico-musicale dei gnawa, causa e manifestazione di uno stato di coscienza particolare (hal), assolve differenti funzioni, religiose, terapeutiche e sociali: si ritiene che la partecipazione collettiva ai ritmi ed alle danze, pratica principale della confraternita, esplichi una funzione terapeutica nei confronti dei disturbi psichici. Con il nome di gambrì (gnbri) viene designato il liuto suonato dal m'allem sia come strumento solista che per l'accompagnamento dei canti. Gambrì è, più propriamente, il nome del liuto berbero, a cassa di legno piriforme, talvolta ricavata da un guscio di tartaruga, con corde messe in tensione per mezzo di cavicchi. Nonostante la sua natura di strumento popolare, nel contesto di una tradizione musicale orale, il guembrì mantiene un'"aura" elusiva e la sua pratica può essere considerata appannaggio di un'èlite, in ragione del carattere riservato della sua fabbricazione e del lungo e difficile tirocinio al quale deve sottoporsi chi voglia apprenderne i segreti.

 

GIUSEPPE CONSOLMAGNO (Italia)

Riminese, classe 1958, formatosi in Italia, ma curioso esploratore di civiltà musicali, Giuseppe (detto Peppe) Consolmagno utilizza strumenti in gran parte autocostruiti con materiali recuperati nei suoi viaggi, come la zucca, il legno, il bambù ed il metallo. Questa sua attitudine lo porta a tenere seminari e workshop sulla musica extraeuropea e sulla costruzione degli strumenti a percussione, una specializzazione che lo ha fatto diventare il fornitore privilegiato di personaggi quali Nanà Vasconcelos, Cyro Baptista, Airto Moreira, Trilok Gurtu, solo per citare alcuni dei più celebri. I brani composti da Consolmagno tra i quali si possono ascoltare quelli su CD Kalungumachine inciso con Antonio Marangolo sono, nella maggior parte, ispirati alla tradizione popolare brasiliana. Il Brasile è la sua terra ideale, di cui è profondo conoscitore; ma la sua musica in realtà si esprime attraverso strumenti che appartengono anche ad altre culture, come l'Africa, l'Asia: il Gong Birmano, la Conchiglia, le Tazze da meditazione, i Vasi africani, i Flauti ad una nota pigmei, l'Acqua, il Berimbau, il tamburo parlante ed i tamburi ad acqua, uniti insieme alla voce, creano una dimensione unica, dove svolgono i ruoli preponderanti vari elementi espressivi: il suono naturale, il silenzio, il colore ed il ritmo. Altra caratteristica della sua ricerca è lo stretto rapporto intimistico che instaura con i suoi strumenti. Egli stesso dice: "Lo strumento quando è suonato male risponde male, quando è suonato bene, in maniera appropriata, risponde bene, comunque suona, comunque parla. Il musicista tanto più conosce quel determinato strumento, le sue origini, le sue fibre, tanto più può dialogare con Lui".

 

SOLÒ RAZAFINDRAKOTO e Passy Rakotomalala (Madagascar)

Solò Razafindrakoto (chitarre, voce),

Passy Rakotomalala (valiha - arpa malgascia, percussioni)

Nato in Francia da genitori malgasci, Solò Razafindrakoto fa ritorno ancora giovane nel suo paese di origine, dove inizia la sua carriera di musicista con i Pumpkins. Cronista e in seguito critico musicale per un quotidiano nazionale, incontra il docente del jazz africano, Manu Dibango che lo convince a recarsi a Parigi per cercare fortuna. Da poco arrivato nella capitale francese, diventa il bassista prediletto da Myriam Makeba e inizia a lavorare nell'ambito del blues e del country con elementi malgasci e sud-africani, collaborando contemporaneamente con lo zairese Ray Lema. Nel frattempo diviene anche virtuoso di chitarra, affermato compositore e band leader. In quest'ultima veste, e in quella di produttore, lo troviamo, nel 1992 in Malgache connection, pietra miliare della riscoperta della musica del Madagascar; nella quale riunisce una miriade di musicisti di diverse generazioni ed etnie. L'intento, riuscito, è quello di creare un suggestivo mosaico raccogliendo le più diverse influenze della vasta area che si affaccia sull'Oceano Indiano, ma tenendo sempre come punto di riferimento fisso l'ammaliante musicalità malgascia. L'energia dei giovani e l'esperienza degli anziani che, per la prima volta in un progetto musicale, si integrano a vicenda, rendono il senso dell'operazione di Solo, un'avventura che gli ha consentito di proporre uno spazio di creazione senza confini al servizio della musica malgascia odierna. Nel 1995 la felice esperienza si ripete con Fruit du voyage.E ancora virtuosismo, poesia e spaesamento in questo caleidoscopio sonoro, fedele come il precedente allo spirito dei malgasci e alla volontà di rinnovamento delle proprie tradizioni. Complice di Solo nelle più svariate situazioni, comprese quelle appena accennate è Passy Rakotomalala: virtuoso della Valiha (la caratteristica arpa malgascia) e squisito percussionista. Il suo senso della scansione ritmica è rigoroso e puntuale (per questo viene scherzosamente soprannominato "il ragioniere") e ben si adatta ad accompagnare gli arabeschi sonori di Razaf.

 

CAETANO VELOSO (Brasile)

Caetano Veloso è uno dei protagonisti più originali ed auterevoli del rinnovamento musicale brasiliano dalla fine degli anni '60. Cantante e compositore, ma anche regista di cinema, giornalista e scrittore, Caetano è, contemporaneamente, l'erede naturale rispettoso della tradizione sonora del Brasile, ed un artista cosmopolita e poliedrico, attento al nuovo, con una musica sempre, e profondamente, calata nel reale. Nato a Santo Amaro, nello stato di Bahia, Caetano si avvicinò alla musica con la scoperta di Joao Gilberto, la "voce" della bossa-nova, il musicista che definiva una nuova dimensione per l'interprete con un canto appassionante e rarefatto. Joao conquistò il giovane bahiano che proprio nella vitalità della tradizione, nel suo costante divenire, rintracciò la possibilità di arricchire la sua musica di ogni stimolo senza perdere il contatto con il passato.Così nella proposta di Caetano il samba degli anni '30 convive con l'elettricità del rock, sintetizzati nel "Tropicalismo" degli inizi, il messagio esplosivo negli anni della dittatura militare che Caetano e compagni pagarono con il carcere e l'esilio.Da qui l'attaccamento totale alla sua arte, ad una musicalità estroversa, generosa e sincera, che usa con agilità i linguaggi del mondo, l'art-rock e la sperimentazione, le melodie del fado e la canzone napoletana, per definire un song-book di rara efficacia. Trenta e più dischi documentano l'avventura di Caetano, che procede con l'entusiasmo e la sorpresa degli esordi, per un artista che ama definirsi semplicemente "un amico della musica". Il concerto presentato a MdP '96 sarà basato in buona parte su Fina Estampa un' appassionante carrellata nel repertorio della canzone popolare Ispano-Americana con una scelta di brani allargata per l' occasione al recupero di alcuni classici del suo repertorio. (Giuseppe Vigna)

 

MORIBA KOITA et LE SOROTOUMOU (Mali)

Moriba Koita (n'goni)    Oumou Kouyate (voce)    Lssana Kouyate (balafon)    Yacouba Sissoko (kora)    Michel Fernandez (djembe) Ali Wague (flauto)

La famiglia dei Griots Koita è originaria del villaggio Kenenkoun, nella regione di Koulikor (55 km. da Bamako). Dall'età di 4 anni Moriba viene condotto a praticare la musica e si specializza presto nello N'GONI, cordofono tradizionale simile a un liuto 4 corde. Entrato giovanissimo a far parte dell'Ensemble strumentale di stato del Mali, Moriba ha vissuto in pieno la vicenda dei griot della sua generazione, sbocciata sulla scia delle "seconde" vedettes africane. Viene infatti chiamato ad accompagnare molti di questi grandi personaggi prima in patria (tra gli altri Salif Keita e i due Fanta Damba, ) e poi in Europa (al fianco di Manu Dibango, Mory Kante, Nagnanka Bell e altri). Dal 1993 vive sempre più spesso a Parigi ed è qui, a contatto con l'emigrazione maliana e africana in generale, che fonda il suo SEROTOUMOU (la parola significa regno, o territorio, di tutti i Koita). Il gruppo diventa il luogo dove, pur senza particolari dogmatismi, Koita torna a un registro puramente tradizionale in un contesto di musica d'ascolto, chiamando al suo fianco diversi altri griots (uomini e donne) maliani, ma anche altri artisti africani e francesi disposti a lavorare su un progetto da lui definito di "una formazione classica africana".

 

AIRA YO-LES FRERES DEMBELÈ (Burkina Faso)

Brahima Poumayeli Dembelè (balafon, Djembe, tama, bara, voce)     Souleymane Dembelè (dum dum, bara, voce)    Adama Dembelè (djembe, tama, balafon)

La famiglia Dembelè è originaria del villaggio Piò, regione di Djibasso (nell'attuale Burkina Faso, ai confini col Mali), in una zona povera di risorse naturali e turistiche, dunque relativamente immune da influenze culturali esterne. Ancor più di di altre etnie Alto-Voltaiche quella Bobò Bwa ("Oule" in lingua Djoula), è storicamente nota per la fierezza con cui si è opposta a ogni colonizzazione morale e materiale, e costituisce uno dei nuclei più antichi di cultura tradizionale vivente. La famiglia Dembelè, costituita oggi da più di 50 elementi, tutti attivi musicalmente, appartiene da sempre alla casta dei griots. Da alcuni anni Brahima Poumajeli ("il grande griot") Dembelè vive e lavora a Firenze, impegnato in attività legate alle sue conoscenze tradizionali ma anche in tentativi di sintesi e confronti con musicisti di diversa estrazione. Da qui alcune riuscite collaborazioni, anche discografiche, e una presenza costante nella nostra area in ogni iniziativa di spessore legata alla musica africana. Attraverso di lui e ormai da oltre un biennio, il Centro Flog sta lavorando a una ricerca che coinvolge progressivamente tutta la famiglia Dembelè, e che si è già concretizzata, oltre che in molte iniziative collaterali, in due edizioni di Musica dei Popoli e nella co-produzione, all'inizio di quest'anno, di un CD audio di musiche tradizionali ("Aira Yo, la dance des jeunes griots", Amiata Rec., Arnr 1596). Souleymane e Adama rappresentano, ancor più di Brahima, l' ultimissima generazione Dembelè "tutta africana", sempre in moto tra il villaggio e le città (Abidjian e Ouadagoudou) tra identità tradizionale e nuovi ruoli sociali e musicali.

 

GABIN DABIRÉ TRIO (Burkina Faso)

Gabin Dabiré (chitarra, percussioni, voce)    Paul Dabiré (percussioni)    Daniele Malvisi (fiati)

Gabin Dabiré è nato in Burkina Faso da una famiglia di sangue reale del gruppo etnico Dagari e approda in Europa, prima in Danimarca e poi in Italia, alla metà degli anni '70, per completare gli studi superiori. Immediato il suo contatto con un area musicale "alternativa" europea, le cui vie lo conducone tra il '77 e il '78 a lunghi soggiorni di studio in Oriente, in India in particolare. Da allora l' Italia, e da molti anni l'area del Chianti, diventano la sua residenza stabile. Da qui continua le sue ricerche sui linguaggi tradizionali del suo continente d'origine (non solo su quelli musicali) e affianca all'attività di musicista quella di promoter culturale a tutto tondo. I lavori da lui pubblicati negli ultimi anni sono così non solo registrazioni musicali, peraltro significative, ma anche contributi di ricerca che collocano le tradizioni africane in un contesto più complesso di grande interesse.

 

MILTON KWAMI POUR LE MOOB (Costa d'Avorio)

Milton Kwami (chitarra, voce)    Godfred Amama (percussioni)

Milton Kwami appartiene all'etnia Allandian, del grande gruppo degli Akan. È originario del sud dell'attuale Costa d'Avorio e vive da molti anni in Italia. Prima a Roma, dove partecipa negli anni '80 all'esperienza "storica" dei "Conga Tropical" (protagonisti del primo Lp prodotto in Italia per un gruppo africano) e fonda poi un suo gruppo ("Akwaba"). Poi a Firenze, infittendo progressivamente la collaborazione con Ivoriani residenti a Firenze, in particolare col gruppo degli "Africa X". La sua ricerca attuale è dedicata a uno dei più tipici e noti ritmi della Costa D'Avorio, il "Moob".

 

JUSTIN VALI TRIO (Madagascar)

Justin Vali (valiha,kabasy, voce)    Romeo Tovoarimino (chitarre)     Clement Randrianantoandri (percussioni)

Dal Madagascar, l'isola dalle mille facce e dai mille colori, l'isola rossa, patria del Bilo (voodoo malgascio) sorgono ricchezze musicali tuttora poco conosciute. Una musica meticcia, colorata, che sembra a volte familiare, perfino universale. Difatti, oltre al patrimonio insulare arricchitosi con la presenza di ben 18 gruppi etnici, a formare l'identità musicale del Madagascar hanno contribuito anche le influenze del sud-est asiatico, del Golfo Persico, del Sud-Africa e perfino della cultura francese e più largamente europea. Justin Rakotondrasoa, discendente di una nobile genealogia di musicisti, è uno dei più giovani esponenti della musica malgascia contemporanea. Suona il Kabosy (piccola chitarra a quattro corde) ma anche e sopratutto il Valiha (arpa malgascia), strumento nazionale per eccellenza, dal quale ha preso il suo nome d'artista: Vali. Cetra tubolare ricavata da un pezzo di bambù con 21 corde di metallo tese attorno allo strumento, la Valiha viene utilizzata sia nella musica popolare, per l'accompagnamento del ballo o per il sostegno del canto, che nell'esecuzione di musiche rituali (riti di possessione e purificazione, esorcismo, sedute terapeutiche...). Ritmi ancestrali e sperimentazione, dunque, sono gli elementi espressivi dei musicisti del Justin Vali trio, formazione che oltre al leader comprende due valenti solisti: Romeo Tovoarimino chitarrista dal particolarissimo stile e il poliedrico percussionista Clement Randrianantoandri.

 

MALIKA DOMRAN (Algeria)

Malika Domran (Voce)    Feth-Allah Ghoggai (Chitarra)     Badreddine Boubbache (Piano)    Abdelghani Torqui (Basso)    Arezki Baroudi (Batteria) Rabah Khalfa (Derbouka)

C'è stato un tempo in cui la tradizione proibiva alle donne algerine di cantare in pubblico e c'è stato un tempo in cui il conflitto tra integralismo e mondo culturale ha impedito alle donne algerine di affermarsi. Malika Domran ha scelto di cantare ed è quindi stata costretta all'esilio per poter lavorare. E, come Chaba Fadela e molte altre, ha scelto Parigi. Compositrice oltre che cantante, Malika stupisce per la sua particolare interpretazione della canzone kabyle, ed è tra le protagoniste della rinascita della musica berbera. Discendente dal ceppo etnico berbero, il popolo kabyle, al quale appartiene Malika, è fiero ed orgoglioso e porta con sè la rivendicazione della propria identità. Da sempre oppressa, ma mai piegata questa minoranza che abita una regione montagnosa ad est di Algeri, ricca di costumi, leggende e tradizioni antichissime, è spesso costretta al silenzio e si è vista, in anni recenti umiliata dai tentativi di normalizzazione, intrapresi più volte dal Governo Algerino attraverso l' ostracismo di usi e costumi millenari e addirittura il divieto dell' uso della lingua kabyle e del suo insegnamento scolastico. Ma quello Kabyle è un popolo che non accetta compromessi, in eterno conflitto con il potere centrale per affermare la propria autonomia e che cerca di riaffermare il valore della tolleranza e dell'Amazigh, l'uomo libero, ed è quindi in contrasto al tempo stesso con gli Integralisti islamici e con la loro visione di una religione onnipresente e onnipotente. Un popolo che lancia un grido, un appello impregnato di amore, sensibilità e sensualità. E la voce femminile più accreditata di questo popolo è proprio quella di Malika Domran, che canta in berbero la condizione femminile e le problematiche ad essa legate nel suo paese, e innalza un inno struggente allo spirito e al cuore della Kabylie libera.

 

SAMIA BEGGA e Gruppo Emenn -Le Ballet Salya- (Algeria)

Le Ballet Salya:

Samia Begga     Nassima Aichouche    Suzanne Beattie     Farida Kadri 

Gruppo Emenn:

Mohamed-Arab Ourad (Flauto)    Abdelkamel Labbaci (Chitarra)     Lahouari Bennedjadi (Chitarra, Nagueres)    Rabah Khalfa (Derbouka, Voce)

Samia Begga, che moltissimo successo ha riscosso in tutta Europa, vive da anni a Parigi ed è stata responsabile per la danza dell'Associazione di Cultura Berbera. Giovane coreografa e ballerina, lavora con la sua compagnia, le Ballet Salya, sulla riproposta in chiave moderna delle danze popolari del Maghreb. "Au Village de Djeddi", lo spettacolo che verrà presentato stasera è un viaggio, tra le diverse regioni dell'Algeria e le sue minoranze etniche, con le loro specifiche tradizioni culturali e la loro realtà musicale: danze urbane effetuate dalle donne in occasione di feste familiari, balli chaoui eseguiti solitamente per ringraziare Madre Natura della sua generosità, ritmi e danze kabyle, balli Saadaoui, a cui il popolo algerino ricorre per danze d'amore e seduzione, e infine balli Tindouf e danze Tuareg. In questi tableaux che compongono lo spettacolo di Samia, la colonna sonora è stata affidata al gruppo musicale Emmenn, diretto da Houari Bennedjadi e Lala Ourad. L'immediatezza del suono e la grande capacità comunicativa delle ballerine del ballet Salya creano i presupposti per un approccio tanto istintivo quanto ragionato che riesce a coinvolgere un pubblico etereogeneo grazie al fluire delle emozioni e alla profondità dei contenuti. Una delle loro ultime performance, all'Istituto del mondo arabo a Parigi, si è conclusa con una grande ovazione e una serie di recensioni estremamente positive.

 

 

  

  

 

 

 

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