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ISTANBUL ORIENTAL ENSEMBLE (Turchia)
Burhan Öçal: derbuka, kös, tanbur, saz Ferdi Nadaz: clarinetto,
zurna Fethi Tekyaygil: keman Sahin Sert: qanun
Hüseyin Bitmez: ud Ekrem Bagi: derbuka
La Istanbul Oriental Ensemble, guidata dal percussionista Burhan
Öçal, comprende alcuni dei maggiori musicisti zigani della Turchia, che intendono
preservare dall'oblio l'eredità musicale zigana diffusa nel XVIII e XIX secolo di
Istanbul e della Tracia. La musica di questa regione delimitata dalla Bulgaria, dalla
Grecia e dal Mar Morto, riflette l'amore degli zigani per la natura e per la vita. Gli
zigani hanno giocato un ruolo determinante nella formazione della musica della regione
intorno ad Istambul, Edirne e Izmir (Smirne) dal X secolo. Il talento, l'amore per la
musica e il loro virtuosismo hanno permesso loro di assimilare un'ampia gamma di forme
classiche e folkloriche. Gli zigani turchi sono stati a lungo veicolo della tradizione
musicale nei loro costanti viaggi, che hanno permesso loro di acquisire un vasto
repertorio, adottando alcuni elementi della musica classica turca, come l'improvvisazione
solistica taqsim. I musicisti zigani sono dotati di una considerevole abilità tecnica
strumentale non fine a se stessa ma subordinata alle loro esigenze creative. La vita
quotidiana di questi musicisti è centrata sulle loro improvvisazioni musicali. Quando non
suonano ad un concerto, ad un matrimonio o in altre occasioni festive, si ritrovano tutti
assieme per improvvisare fino a notte fonda. Un musicista incomincia a sviluppare un tema
su di un maqam (paragonabile al "modo" della musica occidentale), che sarà poi
ripreso, variato e ornamentato dal musicista successivo. Gli strumenti utilizzati sono il
derbuka(tamburo a calice), il qanun (salterio), l'ud (liuto), il clarinetto e il keman
(violino). L'Istanbul Oriental Ensemble fa rivivere l'autentica musica turco-zigana
creando un'atmosfera vibrante che avvolge l'ascoltatore facendogli vivere momenti di
intensa emozione.
COMPAGNIA EL FLAMENCO VIVE (Spagna)
"Mano a Mano"*
Silvia Marin: bailaora Domingo Ortega: bailaor
Maria Carmona: cantaora Rafael Jiménez "El
Falo": cantaor Arcadio Marin: chitarra
Vicente Cortés: chitarra
"Il flamenco continua a trasmettere profonde sensazioni; erede di
una tradizione che si rinnova costantemente, sempre più ricca ogni volta che la
genialità si avvicina all'arte. Nella luminosa vibrazione delle sei corde, nella furia e
nel vigore dei corpi, nella fiammata delle voci scorre un torrente di emozioni autentiche,
che stupiscono e sorprendono. Ma gli splendori di questa luce non si improvvisano.
Richiedono la ricchezza delle generazioni passate: il lavoro, la disciplina, il talento.
Il flamenco nacque dalla strada, dai sobborghi e dai quartieri malfamati, ma ha nella sua
carne il sigillo della nobiltà. Tuttora nasce dalla libertà della notte e dalla rottura
delle regole. Ma è rigoroso e implacabile. Nacque dalla festa ma è dolente. Nacque dal
dolore ma è allegro. Nacque dalla semplicità ma è complesso. Nacque dalla paura ma è
di conforto. Naturalmente popolare, privo di artifici. Ricco e audace nella sua
ostinazione d'amore con il silenzio." Queste poche righe dello scrittore spagnolo
José Luis Ortiz Nuevo possono introdurre lo spettacolo, dato che scrivere a proposito di
una coreografia o di una musica è un compito quasi sempre impossibile, poiché la
funzione di queste ultime è proprio quella di esprimere ciò che non si può dire con le
parole. Ciò che invece si può scrivere e leggere è la poesia che si nasconde nei versi
dei canti. Nello spettacolo "Mano a Mano", la compagnia propone un'antologia del
flamenco. Canto, musica e danza insieme con diversi stili: fandangos, alegrìas,
bulerìas, soleà...
*[Prima nazionale in esclusiva per MdP'97]
ORCHESTRA ARABO-ANDALUSA DI COSTANTINA (Marocco)
di Tahar Fergani
Nuba Rast Dil eseguita da Selim Fergani Nuba Sika eseguita da Mohamed
Tahar Fergani Hadj Mohamed Tahar Fergani: voce solista, violino
Salim Fergani: voce solista, 'ûd maghribî (liuto maghrebino) Nasr
Eddine Fergani: mandolino, coro Abelghani Mohamed Salah Fergani:
bouzouki
Youcef Bounaas: juwâk (flauto di canna), coro Smair Khaled: darbuqa
(tamburo a calice), coro Bashir Ghouli: târ (tamburo a cornice), coro
Ryad Fergani: 'ûd maghribî
Come un astrolabio, quel prezioso strumento che guidava i navigatori
musulmani alla ricerca della giusta rotta (calcolando la posizione degli astri), la nuba
(suite musicale di brani strumentali e vocali) racchiude l'essenza di una civiltà il cui
splendore ancora echeggia nella tradizione musicale cittadina del Maghreb. Il mito della
sua fondazione, Cordova anno 882, è legato alla civiltà musicale abbaside del IX secolo,
attraverso la figura leggendaria di un liberto di origine persiana, Ziryab, costretto ad
abbandonare Baghdad e recarsi nell'Ifriqiya e poi in al-Andalus, per non oscurare la fama
del suo maestro, Ishaq al-Mawsili, musicista di primo piano presso la corte del califfo
Harun al-Rashid. La storia della nuba si configura come il risultato più significativo
della straordinaria fioritura poetica e musicale alla quale contribuirono cristiani, ebrei
e musulmani, in Andalusia e in Africa del Nord, nel corso di un lungo periodo che va dal
IX al XV secolo ed oltre. Il canzoniere arabo-andaluso è uno dei tesori letterari del
Maghreb e raccoglie poemi strofici, per la maggior parte anonimi, che hanno per tema
l'amore, la natura, il vino, le città dell'Andalus, e le varie fasi del giorno e della
notte. Qui è il suo segreto: ciascuna nuba attraverso il proprio repertorio poetico
ritrae ed esalta sentimenti, sensazioni, colori, profumi dei diversi momenti della
giornata: l'alba, il mezzogiorno, il pomeriggio, il tramonto, la sera, la notte,
l'aurora... e le fonti letterarie ci parlano di una nuba per ciascuna delle ventiquattro
ore del giorno. In Algeria il patrimonio della musica d'arte cittadina, al-andalus, si
presenta sotto tre diversi aspetti, che corrispondono a tre aree geografiche, ovest,
centro ed est e a tre scuole distinte: al-alah (Tlemcen), san'ah (Algeri) e ma'luf
(Costantina). Ciascun nome sottolinea, con sfumature diverse, l'idea di tradizione,
patrimonio, eredità, arte, come vera e propria quintessenza della musica del Maghreb.
Oggi il patrimonio delle nubat è ridotto ad una dozzina di suites complete, che vengono
spesso eseguite in forma abbreviata, anche se il canzoniere arabo-andaluso raccoglie
decine e decine di versi per ciascuna suite, per un totale di oltre seicento poemi
cantati. La nuba dell'Algeria può essere suddivisa in cinque parti principali,
corrispondenti ad altrettanti cicli di brani vocali su misure binarie, msaddar, btayhi,
draj, e ternarie o composte, insiraf e khlas. Tali movimenti vocali sono preceduti da una
introduzione strumentale denominata tushiya e caratterizzata dal ritmo bashraf (4/4 o 2/4)
con il cui nome viene spesso chiamata. All'inizio dopo l'introduzione strumentale viene
talvolta eseguito un movimento in ritmo libero, un preludio, chiamato istikhbar, nel quale
vengono esposti i temi musicali di tutta la nuba. La tradizione arabo-andalusa di
Costantina si differenzia da quella di Tlemcen e di Algeri per lo stile vocale, per
l'impasto timbrico, e per l'articolazione dei suoi movimenti, soprattutto sotto il profilo
ritmico. La nuba dell'est algerino ha un andamento nel quale i movimenti dal ritmo più
vivo sono alternati a quelli dal movimento moderato, in altre parole non presenta quella
tendenza ad una progressione ritmica che dal lento muove verso la concitazione, come nei
repertori di Tlemcen ed Algeri, e in generale di tutto il Maghreb. I timbri più
caratteristici della piccola orchestra andalusa di Costantina sono quelli dell''ûd
maghribî o 'arabî, liuto a quattro corde doppie di budello suonato con lo stelo della
piuma d'aquila, e del flauto diritto a tacca sul quale si accordano gli altri strumenti,
juwâk, ricavato da una canna tagliata tra due nodi. Forse è la sopravvivenza di questi
strumenti antichi a giustificare la convinzione che Costantina abbia custodito l'eredità
della tradizione culturale di Siviglia. Tra i cultori di quest'arte musicale da
generazioni brilla il nome della famiglia Fergani. Così come suo padre Hammou, Tahar
Fergani, nato nel 1928 da una famiglia di musicisti, è oggi il più prestigioso maestro
della tradizione cittadina, e tra i musicisti del suo ensemble ci sono naturalmente anche
i suoi figli.
SUONATORI E BALLERINI DI KISSAMOS (Creta)
Suonatori:
Michalis Kounelakis (violino) Stelios Lainakis (laouto)
Manolis Kartsonakis: (laouto)
Cantanti:
Grigoris Mathioudakis Vassilis Kartsonakis
Ballerini:
Georgios Bobolakis Manolis Lionakis Ioannis
Loufardakis Elefterios Loufardakis Ioannis
Antonogianakis
La musica popolare cretese, ancora assai viva nella cultura quotidiana,
è composta di elementi sia vocali che strumentali, questi ultimi intimamente connessi
alla pratica coreutica. Strutture arcaiche e moderne coesistono omogeneamente benchè, in
linea di massima, è possibile attribuire alla parte orientale dell'isola un carattere
più moderno (con l'eccezione della permanenza del canto rizitiko, autentico
"monumento" della vocalità più antica). La parte centrale dell'isola è senza
dubbio la più toccata da influenze commerciali, legate essenzialmente alla progressiva
turisticizzazione dell'isola.
Gli strumenti
Gli strumenti adottati nella pratica popolare sono: il violino, la
lyra, il laouto, la zampogna, il thiaboli (flauto diritto di canna) e il timpano (tamburo
bipelle). Ma solamente gli ultimi tre sono gli strumenti autenticamente cretesi, benchè
paradossalmente, siano proprio quelli ormai in via d'estinzione. Il laouto è stato
portato a Creta dai crociati all'inizio del XII secolo, il violino dai veneziani nel 1250
e la lyra dai mussulmani nel 1723. Per quanto riguarda quest'ultimo, sono molti i cretesi
che continuano a identificarlo quale unico vero autentico strumento cretese, negando
addirittura l'evidenza della sua presenza in diverse zone del Mediterraneo pur con le
ovvie varianti locali.
I balli
I balli cretesi si dividono sostanzialmente in tre categorie: il Syrtos
(ballo strisciato, con corifeo) originario della provincia di Hania; il Pentozalis (ballo
saltato, derivato da una danza di guerra) e infine il Pyrrichios, che è il ballo più
arcaico. A seconda delle zone in cui è eseguito assume nomi diversi.
La vocalità
La forma più presente nell'isola è il rizitikò, canto omofono
maschile senza accompagnamento, che sviluppa modalità prebizantine. La maggior parte di
tali cori hanno contenuti simbolico-metoforici, riferiti prevalentemente alle numerose
invasioni subite dall'isola. Vi sono poi i madinàdes, distici intonati sia con che senza
accompagnamento. Infine il repertorio presenta i tabahaniòtika, canti urbani nati sulla
fine dell'800 senza legami con la danza. La musica del suddetto repertorio, sviluppata
sulla base dei dromoi, moduli scalari analoghi ai makam turco-arabi, presenta marcate
somiglianze con il rebètiko primitivo. Il tabahaniòtiko cretese, veniva originariamente
eseguito con il boulgarì, un liuto a manico lungo, con cassa armonica incavata, derivato
a sua volta da uno strumento greco antico, che è attualmente rimpiazzato dal laouto.
SONOS E SINNOS DE SARDIGNA (Italia)
Elena Ledda e Mauro Palmas: canto a chitarra Cuncordu de Orosei:
canto a tenore e canto a cuncordu Luigi Lai: launeddas
Totore Chessa: organetto
Ideazione e cura di Paolo Scarnecchia
Questo concerto ripercorre idealmente e concretamente i suoni e i
segni, dunque i simboli sonori, delle feste popolari della Sardegna, marcati da uno
spiccato senso del ritmo e da una propensione innata per la danza. Tra i due estremi -
launeddas, lo strumento tradizionale più antico, e organittu il più moderno - e si
spiegano le modalità di canto monodiche e polifoniche più importanti: canto a chitarra,
canto a cuncordu, canto a tenores. L'idea di circoscrivere i diversi generi di musica, che
sera dopo sera animano le feste tradizionali, sotto forma di un unico concerto al quale
intervengono i suoi migliori interpreti, nasce dalla constatazione che esse, nonostante
tutto, mantengono vivo un patrimonio musicale ancora profondamente radicato nel tessuto
sociale dell'Isola. La musica sarda nel suo insieme si presenta come un sistema
estremamente compatto e denso, nel quale prevale la simbologia del cerchio: quello
ristretto dei quattro cantores del tenore barbaricino e dei confratelli del canto a
cuncordu, quello ampio del circolo del ballu tundu, quello del suono continuo prodotto
dalla respirazione circolare del suonatore di launeddas. La musica è l'elemento
comunitario per eccellenza del popolo sardo, e la sua struttura modulare esalta la
dimensione ciclica e circolare del tempo e dello spazio, metafora, sull'onda
dell'immaginazione, della terra circondata dal mare. Il percorso musicale è concepito
come un itinerario attraverso i principali generi o repertori, e ciascun passaggio è
scandito dal suono commovente e arcaico delle launeddas. Questa famiglia di clarinetti
popolari è composta da tre canne, due unite ed una libera, la più lunga, tumbu, emette
la nota grave del bordone che accompagna le melodie delle altre due, mancosa manna (mano
sinistra), e mancosedda (mano destra). Le launeddas vengono divise per gruppi, cunzertus,
diversi per taglio ed intonazione. I principali sono: Mediana, Fioràssiu, Punt'e òrganu,
Ispinellu. Le frasi musicali intonate dallo strumento si chiamano nodas, e vengono
concatenate, grazie all'abilità e al virtuosismo dell'esecutore, in un sapiente ed
originale gioco di variazioni su disegni melodico-contrapuntistici. L'area più importante
di produzione e diffusione delle launeddas è il Campidanese, la parte meridionale
dell'Isola. Sull'origine del canto a tenore sono state formulate diverse ipotesi, e la
più suggestiva è quella dell'imitazione dei suoni della natura e dell'ambiente
agro-pastorale. Questa polifonia di origine antica è concentrata soprattutto nella
regione centrale dell'Isola, in particolare tra Barbagia e Baronia, e sembra rispondere ad
una profonda esigenza rituale la cui memoria si perde nel tempo. Ciascun paese ha il
proprio coro a tenore di quattro voci, composto solitamente da pastori, contadini e
artigiani, e caratterizzato da un impasto timbrico originale. Le quattro voci hanno
funzioni diverse e complementari. Voche, solista che canta il testo guidando le altre, e
dirigendo le modulazioni diatoniche esegue variazioni ritmiche e melodiche, mesu voche,
voce acuta e prevalentemente melismatica che crea le ornamentazioni e le fioriture che
contraddistinguono ciascun paese; contra e bassu, coppia di voci gutturali che generano lo
spettro armonico del tenores, la cui fusione timbrica è importantissima, e intonano le
caratteristiche sillabe onomatopeiche, definite corfos (colpi), ad esempio "bim, bom,
ba", "li, le, bi, ba", "bi, ram, bai", a seconda dell'area o
della zona di appartenenza. Generalmente la sequenza dei canti è organizzata sullo schema
dell'alternanza tra le diverse forme tradizionali, che rappresentano modalità di
esecuzione e strutture poetiche differenti. Il canto a cuncordu è la polifonia liturgica
e paraliturgica eseguita nelle feste religiose, e in particolare durante la Settimana
Santa, dai componenti delle principali confraternite laicali, Rosario, Santa Croce e
Anime, che si tramandano da generazioni questo straordinario repertorio di musica
devozionale. Oltre ai testi liturgici del Miserere e dello Stabat in latino, sono di
particolare interesse i gozos (termine di origine spagnola) in lingua sarda, canti di lode
in onore della Vergine, delle persone della Santissima Trinità, e dei principali santi
patroni. Questa polifonia presenta un carattere omoritmico e timbri più dolci della
precedente, e testimonia l'influenza della musica colta sulla tradizione orale. Il canto a
chitarra è un canto monodico diffuso in tutta l'Isola, ma profondamente radicato
nell'area nord, in particolare Logudoro e Gallura; esso è accompagnato dallo strumento
introdotto in Sardegna dagli spagnoli, e già presente a partire dalla fine del XVI
secolo. Analogamente al canto a tenores segue alcune modalità caratteristiche, dodici per
l'esattezza, che servono da base per l'intonazione dei versi cantati, scelti
intuitivamente secondo l'ispirazione e le necessità delle occasioni festive e
concertistiche. Tra le dodici forme citiamo il canto in re , i mutos, serenate d'amore
(oltre che temi utilizzati nella terapia rituale dell'argia), la filognana, in origine un
canto di lavoro, il mi e la, nato dai canti dei pescatori di Bosa. Tali canti sono
presentati nell'ambito di una sorta di gara musicale, solitamente due o tre cantadores,
chiamati a cimentarsi sui caratteristici schemi delle progressioni armoniche proprie di
questo genere di musica. L'organetto, pur essendo l'ultimo arrivato tra gli strumenti
della musica tradizionale - tra la fine dell'ottocento e l'inizio del Novecento, si è
guadagnato rapidamente un posto importante nell'esecuzione dei balli regionali, chiamato a
rimpiazzare le launeddas, ed i flauti sulittus e pipiolus. Cosi come per i tenores,
ciascun paese ha il proprio stile e le proprie peculiarità, custodite gelosamente dal
sonadore che ne rappresenta il vessillo sonoro.
NUNO DA CAMARA PEREIRA / CONSIGLIA LICCIARDI (Portogallo
Italia)
Produzione originale Toscana Musiche
LA VOCE DI NAPOLI - A VOZ DE LISBOA
Incontro tra la canzone napoletana e il fado portoghese
da un'idea di Paolo Scarnecchia
Consiglia Licciardi Giuseppe Licciardi: chitarra
Francesco Ponzo: mandolino Gianni Dell'Aversana:
chitarra
Nuno da Camara Pereira Fernando Cabral: guitarra portoguesa
Carlos Gancia: viola Felipe Vaz da Silva: viola baixo
Il concerto rappresenta un incontro tra fado e canzone napoletana,
accompagnate secondo i canoni della tradizione esclusivamente da strumenti a corda, teso
ad evidenziare le affinità tra due modi di vivere la musica profondamente radicati nei
rispettivi tessuti culturali cittadini. Essi segnano una stagione particolare nella storia
della canzone urbana, e sono accomunati da una straordinaria capacità di
autorappresentazione. E' sufficiente prestare attenzione alle loro parole per coglierne le
affinità. Nell'interrogarsi sul ruolo del destino e sulla precarietà dell'esistenza,
compiono continue riflessioni sulla propria natura artistica e sull'essenza della poesia e
della musica. Le definizioni più efficaci si trovano tra le righe dei loro testi:
"sesto senso che distingue i portoghesi"..."parole e musica ca sulo Napule
sape cantà", senza bisogno di ricorrere alla storia degli autori e delle vicende
politiche, culturali e sociali. In entrambi i generi musicali la città è protagonista,
con i suoi luoghi deputati, e la musica sembra restituire il senso più intimo e segreto
dei suoi ambienti, con costante riferimento ad una definita anteriorità temporale. Nomi
di quartieri o di località che hanno acquisito una risonanza musicale, Mouraria, Alfama,
Bairro Alto, a Lisbona, Santa Lucia, Posillipo, Marechiare, a Napoli vissuti come
rappresentazione dell'autenticità e spontaneità della cultura popolare. Sotto l'aspetto
di serenate sentimentali si nascondono meditazioni metafisiche sulla natura della
condizione umana, sulla genesi e la fine delle passioni, sulla dialettica tra gioia e
sofferenza d'amore. Il loro fatalismo è una filosofia, o un codice di comportamento
secondo il quale l'espressione musicale è frutto di una predestinazione e di una
condizione di vita. Il tema della separazione e del distacco non è legato soltanto al
tradimento o all'onore ma anche alla realtà dell'emigrazione: queste canzoni per le
comunità di italiani e portoghesi all'estero sono uno struggente legame con la proprio
terra. Entrambi sono dominati da una vocalità assoluta, teatrale, piena di pathos, nella
quale sono depositati i valori più significativi dell'immaginario lusitano e partenopeo;
fado e canzone napoletana sono modalità espressive di canto, prima ancora che generi
musicali, immediatamente identificabili attraverso gesti vocali ricchi di figure
retoriche. Nella rispettiva formazione ha giocato un ruolo importante il contatto e lo
scambio tra musica colta e musica popolare, letteratura e tradizione orale, già rilevanti
in epoca anteriore alla loro nascita. Inoltre il senso melodico e drammatico dell'opera
italiana, attraverso la romanza e la modihna, ha agito come un humus vocale, da cui sono
fioriti alcuni tra i motivi indissolubilmente legati alle due città. A Lisbona e a
Napoli, la canzone urbana moderna è stata appannaggio plebeo e allo stesso tempo
aristocratico e borghese, musica di strada e di palazzo, di umili artigiani e di signori.
Questa dimensione interclassista le ha permesso di divenire l'espressione artistica
depositaria degli estremi: caratteriali, emotivi, sentimentali, quanto di più intimo e
congeniale alla natura delle rispettive identità culturali e sociali. Gli artisti
chiamati a realizzare questo incontro sono i migliori interpreti dei rispettivi generi:
Nuno da Camara Pereira (accompagnato da Fernando Cabral - chitarra portoghese - Carlos
Gancia - viola e Felipe Vaz da Silva - viola baixo) e Consiglia Licciardi (accompagnato da
Giuseppe Licciardi - chitarra, Gianni Dell'Aversana - chitarra e Francesco Ponzo -
mandolino). Le biografie dei due cantanti, nonostante la giovane età, sono già molto
consistenti, e sarebbe superfluo citare i premi e i riconoscimenti nazionali e
internazionali già raccolti nel corso delle rispettive e autonome carriere. C'è qualcosa
di più importante che le accomuna. Nuno e Consiglia posseggono un dono prezioso. Riescono
a restituire l'immediatezza del sentimento e la freschezza emotiva da cui sembrano
rinascere ogni volta fado e canzone napoletana.
HOURIA AÏCHI (Algeria)
"Donne del Maghreb"
Houria Aïchi: voce e bendir (tamburo a cornice) Saïd Nissia: gasba
(flauto di canna)
Originaria di Batna, Houria Aïchi ha lasciato l'Algeria per stabilirsi
a Parigi ma ha mantenuto vivo il ricordo dei canti che hanno cullato la sua infanzia e
che, nella memoria, si confondono ormai con la voce di sua nonna. Continuatrice del canto
trovadorico delle azryat ("donne libere"), Houria fa rivivere la tradizione
musicale chaouia, il canto dei contadini berberi delle montagne dell'Aurès (Algeria), uno
dei generi musicali algerini meno conosciuti al grande pubblico. "Ametto di essere
controcorrente rispetto a quello che si fa attualmente nell'ambito della musica. Molti
cercano di modernizzare, amalgamare generi e ritmi, creare ex novo senza tenere conto del
patrimonio millenario; al contrario io tento di indirizzarmi verso la più pura
tradizione." Houria Aïchi suona il bendir (tamburo a cornice), come le antiche
potesse e cantanti girovaghe, per accompagnare un antico repertorio canoro costituito da
canti d'esilio, canti d'amore, canti di guerra, canti di infanzia. Le vibrazioni del suo
canto muovono le corde emozionali trasmettendo sentimenti intensi come la gioia, il
dolore, l'amore, la tenerezza infantile, la memoria perduta, l'attaccamento alla terra
degli antenati, il desiderio di sprigionare la vitalità repressa e di ricreare un mondo
perduto. "E' attraverso il canto - afferma Houria - che le donne esprimono le loro
sofferenze e le loro gioie". Nel suo intenso viaggio musicale è accompagnata dal
flauto magico di Saïd Nissia che ci proietta verso terre lontane e sconosciute, ma dai
contorni familiari.
BNET HOUARIYAT (Marocco)
"Donne del Maghreb"
Malika Mahjoubi: canto, danza, bendir (tamburo a cornice) Zahra Bani:
canto, târija (tamburo a clessidra), tubsil (piatto metallico)
Khadija Haliba: canto, danza, târija, bendir Malika Rahmi: canto,
danza, bendir Saïda Madrani: canto, danza, tara (tamburo a cornice)
Halima Zaiter: canto, naqùs (campana), triyàr (tamburello con cimbali)
"Il mio incontro con la musica delle donne dell'Houara risale ai primi anni
novanta, nel corso di una Lila (il rituale notturno dei Gnawa) celebrata a Tamesloht,
nella regione di Marrakech: le Houariyat erano state invitate dalle donne Gnawa per
riscaldare l'ambiente prima dell'inizio delle danze estatiche rituali. La musica
dell'Houara, forse a causa della sua struttura poliritmica e dell'energia fisica
sprigionata dalle dinamiche e dai timbri vocali e strumentali, ha il potere di contagiare
una particolare effervescenza, anche al di fuori di un contesto ritualizzato, com'è
quello delle pratiche coreutico-musicali nel sufismo marocchino. In Marocco, poi, ogni
pratica musicale ha un'intrinseca natura religiosa e quella che ad alcuni di noi potrebbe
sembrare una sconveniente commistione di sacro e di profano, è cosa normalmente accettata
nella cultura tradizionale. La mia curiosità, e la conseguente "inchiesta sul
terreno", si sono dapprima indirizzate sul territorio di insediamento della tribù
Houara le regioni di Ouarzazate, Taroudant e Uleèd Teimà: ma è a Marrakech che la
situazione appariva più stimolante. In questa città risiedono diverse donne provenienti
dall'Houara e da altre regioni del sud marocchino. Trapiantate da anni nel contesto
urbano, esercitano una regolare attività musicale, suonando a domicilio, dietro compenso,
in occasione di feste, nascite e matrimoni. Il repertorio che accomuna tutte queste donne
è quello tramandato dalla tradizione orale e i gruppi si formano e si sciolgono a seconda
delle affinità e delle situazioni. E' cominciata così una ricerca-azione che si è
estesa ben presto oltre i confini del Marocco: il recente fenomeno di interesse popolare
verso la world music ha permesso ad alcune di queste donne di viaggiare ed esibirsi in
vari paesi europei, aprendo un'inattesa finestra sul mondo. Naturalmente qualcosa è
cambiato: la formazione tradizionale (un sestetto), inizialmente aperta agli
avvicendamenti di ruolo, è diventata progressivamente più selettiva e più stabile,
tendendo a costituirsi in gruppo fisso; il duzàn, l'insieme degli strumenti a percussione
della tradizione musicale dell'Houara, particolarmente efficace nelle esplosioni ritmiche
del ferdà ("armi da fuoco") è stato affiancato dagli strumenti nobili della
Ala (musica strumentale): la kamanja (violino) e l'oud (liuto arabo); il repertorio
tradizionale si è allargato, fino a comprendere altri stili della musica popolare
marocchina, come l'Houzi, lo Cha'abi, e l'Aità. Quello che non è cambiato, a
quanto pare, è il desiderio di dare senso alla propria esistenza cantando, esprimendo
l'immaginario fantastico femminile nel quadro della vita quotidiana, tra sacro e profano,
tra la sofferenza dell'amore che finisce e la gioia di quello che nasce."
TANBÛRA DI PORT SAID (Egitto)
"Festa egiziana"
Nella seconda metà dell'800, sorse la città di Porto Said, a nord
del Canale di Suez, appena aperto tra Mediterraneo e Mar Rosso, contatto non solo
geografico tra popoli distanti. Qui, si sono incontrate culture diverse, per fondersi
insieme in una nuova vita in una nuova terra. I lavoratori del nuovo porto, carpentieri,
operai, calafatari, battellieri, facchini, erano giunti in prevalenza dalla vicina
Damietta, portando con sé il tradizionale canto della Damma.
La Damma: un modo laico e aperto per esaltare le forme artistiche
derivanti dai cerimoniali riti dei Sufi (il Dhikr e la Hadra). Però, insieme ai canti
della passione mistica, e grazie all'interattività nel porto di Damietta fra i marinai
affacciati al bacino mediterraneo, si affrontano anche altri sentimenti (gli amori,
impossibili, umani) in maniera scanzonata (umoristica e comica). Nelle strade e nei vicoli
della città, il nuovo cittadino abbracciò quel canto e presto fiorirono dei gruppi detti
Sohbagiyya (i compagni del canto). Nella prima metà dell'900, la Tanbûra suonava presso
la caserma dei guardiacoste canti nubiani, sudanesi e somali.
La Tanbûra: lo strumento che diede nome al gruppo, è uno strumento a
corde molto antico (la si trova disegnata sui muri faraonici). Era conosciuta anche tra i
popoli dell'hinterland del Golfo Persico, del Mar Rosso e del Nilo. Ed aveva uno stretto
legame con lo Zar (pratica rituale esorcistica) con i suoi riti semiclandestini. Perciò
viveva sempre al buio e nel chiuso. Una sua sorella minore (a corde metalliche), la
Simsimiiyya, diffusa sulle coste africane arabe e asiatiche, ebbe negli anni Trenta la sua
prima apparizione a Porto Said, ma la superiorità della Damma l'ha condannata
all'emarginazione nei posti di svago dei sobborghi del sottoproletariato. La Simsimiyya
era però più rapida nell'esprimere i sentimenti nazionalistici della popolazione e
quindi ha conosciuto la sua riscossa sulla Damma. La popolazione ha infatti
successivamente accantonato quest'ultima per accompagnare i canti ritmici africani e
magici della Simsimiyya che, secondo la leggenda, è una sirena: chi l'ascolta è, a
seconda dei casi, o perduto o salvato. Tornando alla città, nel'74, dopo una generazione
che aveva smarrito la tradizione, la popolazione cercò di reinventarsi l'esistenza e
Simsimiyya e Damma sono tornate a sperare nel futuro.
La Tanbûra: il gruppo
Nato a Porto Said nell '89, si è dato subito un compito molto preciso:
salvaguardare il canto tradizionale e tramandarlo alle nuove generazioni. I membri de
"La tanbûra" non sono attori professionisti che recitano i ruoli dei
"cantanti della tradizione di Porto Said". Sono essi stessi i vecchi Sohbagiyya,
gli irriducibili amici del canto, circondati da nuove leve, che dopo 9 anni di lavoro
incessante sono diventati 20 autentici cantanti-musicisti-ballerini custodi e depositari
del folklore egiziano-arabo-africano. Cantano testi orali, mai fissati scritturalmente,
dei quali non si conoscono gli autori. Il gruppo è riuscito a raccogliere un repertorio
di 22 ore di canto antico. Non ha importanza il contesto in cui il gruppo suona, ovunque
quel che conta è la congiunzione comunicativa ed emozionale con il pubblico. Perché
prima di esaltare la bellezza della musica o delle parole la scelta primaria è di
affidarsi alla carica spirituale capace di creare o sprigionare l'energia intima della
"voglia/necessità" dell'incontro. E' proprio la comunione tra Damma e
Simsimiyya che fa scaturire la scintilla mistica (l'invocare Dio) e l'eco della magia
africana (l'umano contatto fra uomini) che conferisce al tutto il suo carattere
particolare. Tra gli strumenti impiegati, oltre la Tanbûra e le due Simsimiyya, ci sono
il tamburo grande, il tamburo piccolo, il cembalo, il triangolo metallico, i piattini e le
campanelle.
CARLO RIZZO / IBRAHIM JABER (Italia Libano)
"Rituale del fuoco"
Carlo Rizzo: tamburello, tammorra, zarb, clarinetto, canto Ibrahim
Jaber: darbouka, mazhar, riqq, canto
Carlo Rizzo e Ibrahim Jaber suonano ritmi tradizionali dei loro
rispettivi paesi, l'Italia e il Libano: tarantelle, tammurriate, baladi, ayyoud. Il duo
passa con estrema disinvoltura da atmosfere sospese nel tempo a ritmi briosi ed espliciti,
sempre attento ad arrichirne timbri, modi e sonorità.
Carlo Rizzo, veneziano di nascita, è oltre che un ottimo musicista un
abile artigiano. Molti dei suoi strumenti a percussione infatti li costruisce
personalmente, un retaggio del suo apprendistato artistico; sua ambizione era infatti
quella di divenire pittore, ma dopo essersi diplomato presso l'istituto d'arte a Roma ebbe
la "conversione" musicale: suo maestro fu dapprima un pastore siciliano, poi
continuò da solo le sue esplorazioni, non solo nel repertorio tradizionale, ma anche in
ambito colto (musica antica e rinascimentale) e jazz. Tra i tanti strumenti che suona
prediletto è il tamburo. Quando lo lascia è per suonare uno strumento di sua invenzione,
che chiama tamburino politimbrico; ma non disdegna lo zarb (tamburo a calice persiano), un
clarinetto di bambù o semplicemente adopera il canto secondo tecniche vocali che lo
avvicinano a uno strumento a percussione.
Darbouka, bendir, garam, mazhar, riqq: tutte le percussioni del mondo
arabo si confondono sotto le ditta d'Ibrahim Jaber che spesso e volontieri adopera la
tecnica di uno strumento per suonarne un'altro. E se ciò non fosse sufficiente, ne
inventa altre ispirandosi alle poliritmie africane. Come il suo partner ha suonato nei
più importanti festival europei, ma oltre alla attività solistica si distingue per aver
partecipato a vari gruppi quali Batuk International (percussioni), Kaza Baladi (musica
mediorientale), Chocolat (salsa) e Rocket 88 (funk-jazz).
Dopo anni di richerche e molteplici esperienze all'estero, il duo
Rizzo/Jaber è riuscito a creare una sorta di "tradizione moderna" dove
l'improvizzazione ritaglia la sua parte accanto a partiture antiche. Ad ogni modo, i ritmi
percossi, soffiati o sfiorati seguono un rituale incandescente dove l'energia si sprigiona
dal battito di un stesso cuore: quello del mare che accarezza le rive assolate che hanno
visto nascere la civiltà mediterranea.
ANOUAR BRAHEM (Tunisia)
"L'insostenibile leggerezza del liuto"
Anouar Brahem:'ud Lassad Hosni: bendir, darabukka
Nella riflessione personale sul rapporto tra modernità e tradizione,
Anouar Brahem si definisce ironicamente un "enfant de la tradition che si è preso
molte libertà". Se dopo aver imbracciato il liuto avesse seguito il destino della
maggioranza dei musicisti del mondo arabo, si ritroverebbe oggi ad accompagnare gli
interpreti della chanson de variété, poiché di fatto nel Vicino Oriente l'espressione
musicale preminente è quella della poesia cantata. Seguendo invece l'istinto del suo
temperamento musicale si è scoperto solista, non per vocazione ma per necessità, anche
perché ha sempre coltivato il desiderio di incontrare altre musiche ed altri musicisti.
La dimensione del virtuosismo è soltanto uno degli aspetti della sua creazione musicale,
anche se forse il più interessante e affascinante. Pur mantenendo una posizione centrale
nella teoria e nella pratica musicale araba, il liuto non gode più del grande prestigio
del passato. Nel IX secolo era già stato definito "strumento dei filosofi" e i
teorici musulmani lo consideravano non un semplice corpo di risonanza ma una
rappresentazione simbolica di risonanze cosmiche. Nel frastuono del mondo sonoro odierno
esprime la quintessenza della sensibilità musicale modale, e rappresenta la metafora
della leggerezza, non solo per la sua armoniosa cassa armonica ma anche per il timbro
levigato dal tempo. Il rinnovato vigore della tradizione solistica è partito dalla scuola
musicale irakena favorendo una rinascita concertistica che è oramai consolidata a livello
internazionale. Grazie al talento dell'artista tunisino il liuto mostra nuove
potenzialità che derivano dalla esplorazione delle comuni radici mediterranee di altri
strumenti a corde, e dal rigore e dall' essenzialità creative della tradizione. Brahem
non la segue alla lettera ma cerca di coglierne lo spirito: la spontaneità del
virtuosismo e del gesto musicale, l'espressività delle pause, il piacere
dell'improvvisazione. Dal suo slancio creativo, sempre denso di riflessioni e di
riferimenti e guidato da una cultura musicale perfettamente assimilata nella quale si
riflettono allusioni ad altre realtà sonore, si sprigiona una formidabile capacità
formale che è frutto di una sintesi originale. Fare musica è anche essenzialmente arte
dell'ascolto - in questo campo la sensibilità acustica del mondo islamico è proverbiale
- e Brahem, appena terminato il suo apprendistato dell'universo della tradizione araba con
Ali Sriti, ha sentito il bisogno di confrontarsi con altre espressioni musicali. Dapprima
quelle modali più affini alla propria, come la tradizione turca, persiana, indiana, ed il
flamenco, per scoprire le affinità elettive che legano 'ud, baglama, bouzuki, e chitarra,
e poi collaborando con musicisti di generi e nazionalità diverse. L'incontro con artisti
di altre tradizioni, stimolato in partenza dalle necessità creative per la realizzazione
di colonne sonore per il cinema, non nasce dalla teorizzazione intellettuale dello scambio
tra culture; è invece un gioco di complicità che spinge persone provenienti da
latitudini differenti a confrontarsi nell'improvvisazione musicale. Per queste ragione
Brahem è stato invitato a suonare nei più importanti e prestigiosi festival europei e la
sua raffinatissima musica, grazie anche ai dischi pubblicati in Europa, è amata ed
apprezzata da ascoltatori provenienti dai più diversi generi musicali. (Paolo
Scarnecchia)
TAMMORRA (Italia)
Una performance che integra musica etnica e danza contemporanea con la
partecipazione di suonatori tradizionali di tammorra insieme alla compagnia di Adriana
Borriello. Regia di Francesco De Melis.
Produzione originale FLOG
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