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MUSICHE DELLE TRE RELIGIONI CINESI (Cina)

Confucianesimo: Associazione di Musica Antica di Dayan (Lijiang-Yunnan)

Taoismo : Belvedere delle Nuvole Bianche di Shanghai

Buddismo : Ensemble strumentale Meiyou di Pudong (Shanghai) e Coro misto di Shangqiu (Henan)

La differenza tra cerimonia destinata agli dei e spettacolo sembra così palese che si è per molto tempo esitato a presentare in scena, fuori dal loro contesto, i rituali dell’antica Cina. Quasi venti anni dopo la rivoluzione culturale appare più che mai necessario esporre e mettere a risalto tutto quello che le arti del gesto e del corpo devono alla loro lenta elaborazione nei templi dove si sono preservati le espressioni più belle e autentiche. Dalle prime ricerche di Marcel Granet sappiamo che, in Cina, l’appartenenza a una religione non ha niente di esclusivo. Un proverbio dice che il letterato è confuciano quando lavora, taoista quando si riposa e buddista quando diventa vecchio. Nelle campagne vengono chiamati preti buddisti per ufficiare le cerimonie funebri; in caso di calamità (siccità e inondazioni) si chiede aiuto ai maestri taoisti mentre il culto degli avi è legato al confucianesimo. La bellezza e l’autenticità delle musiche religiose non sono dovute alla loro essenza spirituale quanto alla loro lenta elaborazione, alla serietà della loro trasmissione e alla loro relativa indifferenza rispetto alle mode. Il repertorio dei culti è ampiamente diversificato tanto che le musiche sono essenzialmente locali, con un sapore genuino. I testi canonici sono recitati su una battuta regolare, uniformemente accelerata, su un corda di recitazione unica. Le cantillazioni in lingua sacra sono salmodiate dolcemente e scandite da percussioni rituali, legni, pelli e metalli. Gli inni sono cantati su arie della tradizione locale. Questi tre modelli ritmici corrispondono a tre modi di espressione vocale, dal più articolato e sillabico al melisma più ornato. Neanche l’opera offre tale diversità.

Confucianesimo

Nonostante una serie di discorsi molto new-age mescolando Tao, dualità ying-yang e simbolismo dei cinque elementi, le associazioni del Dongjing hui , che esistono ancora in periferia dell’immenso territorio cinese e in particolare dal popolo Naxi della provincia del Yunnan, si riuniscono per rendere omaggio a Wenchang, patrono della letteratura. I testi in cinese classico sono accompagnati da un ensemble strumentale costituito da: strumenti a corde, a fiato e a percussione. L’Associazione di Musica Antica di Dayan, distretto di Lijang, ha acquisito una reputazione meritata, presso i musicologi, musicisti e amatori.

Taoismo

Da gruppi di contadini a ensemble di opera fino ad orchestre professionali, i migliori percussionisti cinesi sono maggiormente legati alla tradizione taoista. Alcuni ci vedono l’eredità dello sciamano originale e del suo celebre viaggio verso mondi sotterranei cavalcando il suo tamburo. Comunque sia la complementarità delle pelle e dei metalli, che scandiscono il tempo del rituale, crea uno spazio più ampio di quello della voce, controllato e collettivo, infinitamente variegato. Lontano dall’idea di staticità protesa verso un suono unico che i compositori occidentali e i contemporanei cinesi hanno creduto poter associare all’immagine sonora del taoismo, i rituali taoisti sono pieni di vigore e di varietà. Tra il monachesimo delle grandi istituzioni capitali e l’inafferrabile diversità dei maestri itineranti il monastero di Wudang Shan, in Cina centrale, occupa un posto ricercato per la ricchezza della sua tradizione musicale. Nessun ensemble di questo genere è mai uscito dalla provincia e le uniche registrazioni fatte a fine di studio non sono mai state incise.

Buddismo

Una tradizione molto forte del suono sacro insieme con 1500 anni di presenza sul suolo cinese hanno integrato il buddismo al punto di farlo diventare un punto di riferimento sonoro e soprattutto di convergenza delle tradizioni. Fuori dalla stretta salmodia gli inni già interpretati con strumenti sono sopravvissuti nel centro e nel sud come unica pratica collettiva. Questa avventura collettiva si è effettuata sotto la direzione del maestro Citing, alto rappresentante del buddismo monastico Chan e del suo vecchio compagno, il maestro di musica Chen Zhong, una grande figura del XX secolo.

 

 

BAUL DEL BENGALA (Bengala/India)

Purna Das Baul & Bapi

Purna Das: voce, ektara, khamak    Manju Das: voce, mandira     Sukumar Das: flauto bansuri    Biswanath Roy: dhol, percussioni

Roy Tapas: dotara, banjo    Nandadulal Das: khol, dhol     Rumpa Dutta: danza, voce    Subendhu Das Bapi: voce, dugi, khamak

 I Baul sono cantori erranti che interpretano poemi mistici di rara bellezza. Percorrendo da secoli i villaggi del Bengala questi "folli di Dio" hanno una sola parola d'ordine: la libertà di spirito. La loro missione : esaltare le vie dell'amore. Figlio di Nabani das Baul, grande yogi che mise in musica i poemi di Rabindranath Tagore, Purna das Baul è oggigiorno il musicista baul più famoso dell'India. Nel 1967 ricevette il titolo di "Baul Samrat" (Imperatore dei Baul) dal presidente indiano Dr Rajendra Prasad. La tradizione vuole che un musicista baul non si sposi mai e che vaghi da un villaggio all'altro, pregando per la vita. Purna invece gira per il mondo. Fu il primo baul a suonare al di fuori dell'India. Nel 1967, dopo un incontro con Allan Ginsberg, fece un tour negli Stati Uniti dove suonò a fianco di Mahalia Jackson, Tina Turner, Mick Jagger e Bob Dylan. Da allora ha scritto molte canzoni, alcune delle quali sono state tradotte in hindi perchè altre comunità indiane potessero capirne il senso. Recentemente Purna si fa accompagnare dai i suoi tre figli tra cui Bapi, ottavo erede della tradizione familiare. Dal 1992 Bapi firma gli arrangiamenti ed è il direttore artistico dei concerti tenuti dal padre. La sua voce potente nonchè il suo irresistibile senso del ritmo lo hanno portato a collaborare con i Transglobal Underground, Natacha Atlas e i Fundamental. Nel '94 scrisse per le Zap Mama il brano India inciso su Sabsylma.

 

SAINKHO NAMTCHYLAK (Tuva)

Sainkho Namtchylak è una cantante di strabilianti potenzialità espressive e vocali proveniente dalla Repubblica di Tuva, nella Siberia Meridionale, ai confini con la Mongolia, dov'è nata nel 1957. I suoi nonni erano nomadi e i suoi genitori erano entrambi insegnanti. Dopo aver studiato musica classica presso l'università locale, si reca a Mosca per poter completare gli studi musicali, interessandosi delle tradizioni vocali dei lama e degli sciamani siberiani, cos" come degli stili autoctoni di Tuva e della Mongolia, che utilizzano il canto difonico, particolare tecnica di emissione vocale che sfrutta i suoni armonici o sovratoni. Successivamente ha iniziato la sua carriera professionale come cantante folk con "Sayani", il Tuvan State Folk Ensemble, facendo tournée in Europa, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada. Dal 1988 lavora con musicisti in Unione Sovietica, cercando di fondere elementi tradizionali etnici con stili d'avanguardia, e fa parte del "Tri-O" di Mosca. Nel 1990 si esibisce al New Music Festival Munster, poi a Lucerna e Nichelsdorf. Collabora con Conny Bauer, Irene Schweizer, Georg Graf, Peter Kowalski, Andreas Wollenweider, Butch Morris, Ninh Le Quan e il produttore Hector Zazoua sia in concerti che in incisioni. La vocalità di Sainkho Namtchylak non possiede apparentemente nessuna sorta di limite tecnico, risultando in ogni sua performance un evento sconvolgente e penetrante, la cui provenienza sembra risalire agli albori dell'umanità giungendo tuttavia intatta sino ad oggi.

  

MONÂJÂT YULTCHIEVA (Uzbekistan)

 

Situato nel cuore dell'Asia Centrale, l'Uzbekistan, paese caratterizzato dalla forte presenza degli Uzbeki, etnia di origine turca, ha una storia estremamente legata a quella dei grandi imperi. Conquistato nel XIX secolo dalla Russia, l'Uzbekistan diventa nel 1924 una delle numerose Repubbliche Socialiste Sovietiche per acquisire l'indipendenza nel 1992. Il Ghazal è una forma poetico-musicale nata in Iran nel corso del XII secolo per affermarsi durante otto secoli come la forma poetica più diffusa sia presso l'aristocrazia che presso le confraternite sufi, sotto l'egida delle dinastie turche. Poema d'amore, d'elogio alla natura e al vino, o poema mistico, il Ghazal è impregnato di una forte intensità drammatica. Monâjât Yultchieva nasce nel 1960 in un villaggio rurale nei pressi di Andiân. Ben presto, sulle orme della madre, manifesta uno spiccato interesse per il canto: il suo nome, che significa "supplica", "implorazione" e che designa uno degli inni più commoventi del repertorio musicale classico dell'Asia centrale, l'ha predestinata a percorrere questa via. All'età di 18 anni,respinta all'esame di ammissione per il Conservatorio Superiore di Musica, il destino le fa incontrare il maestro Shawkat Mirzaêv, docente di musica tradizionale, che le insegna tutto: una tecnica vocale infallibile, nel rispetto del suo istinto e delle sue capacità innate. Oggi il maestro accompagna Monâjât al rabâb nei numerosi concerti che l'hanno resa celebre soprattutto in Francia. Monâjât Yultchieva canta le opere dei grandi poeti classici uzbeki con il tocco e il talento personale di un'artista d'eccezione il tutto nel rispetto dei canoni dettati dalla tradizione. Monâjât Yultchieva traspone il timbro nasale acuto dei maqâmistes nel registro grave della sua voce sviluppando una nuova tavolozza timbrica insieme ad una notevole potenza vocale.

 

MUSAFIR: I GITANI DEL RAJASTHAN (Rajasthan/India)

Hameed Khan: tabla e direzione musicale    Barkat Khan: saarangi, voce     Bal Chand: fachiro e acrobata    Bachu Khan: kartals, voce

Mahabub Khan: harmonium, voce    Sattar Khan: dholak, dhol, nangaras, manjiras    Murad Khan: flauti, shenai    Digamber Shanu Manwar: dhapori

Anand Singh: danza    Gunki: danza    Fayaz Khan: percussioni

Ai confini dell'India, del Pakistan e dell'Afghanistan si trova il Rajasthan- che in sanscrito significa "Paese dei Principi"- da dove ha avuto inizio la migrazione del popolo Rom. I gitani del Rajasthan, musicisti nomadi, ci riportano proprio sulle strade del nord ovest dell'India, là dove affondano le autentiche radici dei gitani, nomadi provenienti dal deserto di Thar appartenenti alla casta dei Sapera-kalbelya (incantatori di serpenti) o a quella dei Langa (rinomati poeti). Vi erano musicisti classici sufi e musulmani, cantastorie indù, artisti di strada, tutti riuniti in un gran pot-pourri musicale e visivo d'ispirazione circense. Il loro spettacolo è infatti un vero circo musicale, ma anche una combinazione unica di culture: araba, indiana e gitana; una combinazione nella quale i musicisti danno il ritmo ad un mondo incantato che comprende numeri di danza, spettacoli di circo, giochi acrobatici col fuoco, nonché affascinanti giochi di equilibrio e di destrezza. Insomma, uno spettacolo da scoprire, con il quale i Gitani del Rajasthan invitano a percorrere a ritroso, insieme a loro, la strada delle carovane sull'onda dei ritmi febbrili di una musica popolare che evoca il fascino misterioso di una terra ricca e immaginaria. La musica che eseguono i Gitani del Rajasthan è misteriosa, tribale, vicina al qawwali (la musica sacra pakistana) ma con un idioma politeista inter-religiosa.

 

 

EGSCHIGLEN (Mongolia)

Migdorj Tumenbayar: morin-khuur, voce    Luvsansharav Huyagsaihan: morin-khuur, tobshuur    Janlav Tumursaihan: morin-khuur, voce

Uuganbaatar Tsend-Ochir: basso, canto difonico solo (khöömji)     Amartuwshin Baasandorj: canto difonico solo (khöömji), tobshuur

Tungalag Ariunbold: voce femminile    Sarangerel Tserevsamba: salterio joochin    Ariunaa Tserendavaa: danza Taivan Chimeddoo: introduzione

 

Egschiglen (lett. "bella melodia") è un ensemble di musica tradizionale della Mongolia, fondato nel 1991 nella capitale Ulaanbaatar come formazione musico-teatrale ispirata ai miti e alle leggende locali, con il proposito di preservare e sviluppare il patrimonio folklorico del popolo mongolo. Il repertorio comprende sia canti tradizionali che composizioni di autori mongoli contemporanei. I canti sono di carattere descrittivo ed imitativo, aventi per soggetto l'ambiente naturale e i cavalli, amati ed elogiati animali "domestici" che fanno parte della vita quotidiana del popolo nomade. Il canto tradizionale si avvale di una particolare tecnica d'emissione gutturale, khöömji (xöömij), ossia il canto difonico, un canto di laringe caratterizzato dall'emessione di due suoni contemporaneamente, di cui uno viene modulato sul registro basso (fondamentale o bordone), mentre l'altro, sul registro acuto, disegna una linea melodica flautata. La difficile tecnica del canto khöömji, che si impara sino dall'infanzia, permette di distinguere 5 tipi di difonie che corrispondono a 5 risuonatori del corpo umano, per cui si ha il khöömji nasale, dentale, palatale, gutturale, ventrale. Tume (Tumenbayar Migdorj), Huyaga (Huyagsaihan Luvsansharav) e Tumro (Tumursaihan Janlav), che hanno frequentato assieme il Conservatorio di Ulaanbaatar dal 1984 al 1991, cantano accompagnandosi con il morin-khuur, strumento ad archetto simile al violoncello con cassa di risonanza lignea a forma di trapezio isoscele, con due corde di crine di cavallo accordate per quinte e con incisa all'estremità del manico una testa di cavallo. Uuganbaatar Tsend-Ochir suona il basso e canta in stile khöömji come il cantante solista Amartuwshin Baasandorj che si accompagna con un liuto dal manico lungo. Sara (Sarangerel Tserevsamba) è un'eccellente interprete del salterio joochin e Tungalag Ariunbold è anch'essa un'artista dalle straordinarie doti vocali. Le danze di Ariunaa completano lo spettacolo dando forma e movimento alla magia creata dai meravigliosi suoni.

  

KATHAKALI DEL KERALA (India)

Kalatharamgini Troupe 

Danzatori:

Sadanam Krishnakutty     Kalamandalam John     Kalamandalam Jayakumar   

Canto:

Kalamandalam Hyderali    Kalamandalam Jayaprakash   

Percussioni:

Kalanilayam Kunjunni (chenda)    Kalamandalam Raja Nara Janan (maddalam)

Coordinamento artistico: Teatro Tascabile di Bergamo    Organizzazione: Accademia delle Forme Sceniche

Il Kathakali, che ha le sue origini in un piccolo e lussureggiante stato della costa sud-occidentale dell'India, il Kerala, è il teatro indiano per antonomasia. Per vari secoli è stato eseguito presso i templi dove, dal crepuscolo all'alba, narrava la magia dei suoi miti e leggende, le avventure degli dei e dei demoni, degli eroi e dei cattivi, le sue storie d'amore e di guerre. Profondamente influenzati dalla tradizione classica del teatro sanscrito e della cultura dravidica dell'India del sud, gli elementi di questa arte sono rintracciabili già negli antichi rituali induisti del V secolo d. C., ma trovano una formalizzazione definitiva solo nel XVII secolo, quando il Rajah di Kottarakkara compose gran parte del repertorio rifacendosi all'epopea classica induista del Ramayana e del Mahabharata. Da quando l'India è diventata indipendente il Kathakali ha iniziato a viaggiare, con i suoi costumi e trucchi elaboratissimi che trasformano gli attori in personaggi ibridi, in creature di un altro mondo, chimere al viso dipinto di verde o di nero a secondo che rappresentino la purezza o la violenza. La sontuosità dei trucchi e dei costumi, l'ipnotica e raffinatissima musica vocale e percussiva, uniti alla leggendaria preparazione tecnica dei suoi attori collocano quest'arte ai vertici del teatro mondiale.

  

MANGALA TIWARI (India)

Mangala Tiwari: canto in stile khyal    Santosh Kumar Mishra: sarangi     Fabio Lazzarin: tabla

Dotata di una voce di grande fascino e suggestione, Mangala Tiwari è una delle più apprezzate interpreti di canto classico dell'India del Nord. Laureata alla Benares Hindu University e diplomata alla Prayag Sangit Samiti di Allahabad, Srimati Mangala Tiwari è insegnante di canto classico presso la scuola Vasant Mahila Mabavidyalaya (Krishnamurty Foundation) a Varanasi. Allieva del nonno Shiv Prasad Tripathi Ganacharya, famoso drupadia di Varanasi, e del Pandit Mukund Vishnu Kalvint, è rigorosamente educata in stile Khyal con il vigore, la vitalità e la chiarezza proprie dello stile di Gwalior, città di grande tradizione musicale. Ha partecipato a programmi televisivi e radiofonici in India e ha composto e diretto la musica in programmi di danza e teatro in Hindi e Sanscrito. Da una decina d'anni si è affermata ai vertici dell'arte vocale indiana e vanta numerose esibizioni, seminari e conferenze sia in Oriente che in Occidente. La sua voce dal timbro caldo con una chiara enunciazione, apprezzata anche per gli scintillanti virtuosismi delle sue improvvisazioni, è emersa in Italia grazie alla collaborazione con Gabriele Salvatores per l'incisione della colonna sonora del film "Nirvana". Con lei suoneranno il pluripremiato Santosh Kumar Mishra, autentico virtuoso di sarangi, strumento a corde ideale per l'accompagnamento del canto, e Fabio Lazzarin alle tabla.

La vocalità classica indiana

Lo stile khyal

La vocalità è la forma più alta d'espressione della musica classica indiana. Si distinguono due principali tradizioni vocali: lo stile dhrupad, austero e privo di ornamentazioni, e lo stile khyal o khayal, romantico e ricco di abbellimenti. Lo stile khyal (lett. "immaginazione") ha avuto origine presso le corti degli imperatori Moghul: secondo la tradizione venne creato dall'imperatore Hussain Shah Sharqi (1458-1528) e portato alle soglie della perfezione dai suoi allievi, "Sadarang" e "Adarang", ma, in realtà, affonda le sue radici nel canto devozionale sufi qawwali di Amir Khusro, poeta e musicista turco vissuto alla corte di Ala-ud-din Khali (1296-1316). Ben presto si sviluppò una sorta di rivalità tra i dhrupadiya, sostenitori dello stile dhrupad, e i khyaliya, seguaci dello stile khyal; contrapposizione che andò sempre più assottigliandosi a partire dal XIX secolo, quando il khyal divenne la forma più popolare e apprezzata dell'India del nord, specialmente nelle città di Gwalior e Jaipur. Questo stile vocale hindustano richiede flessibilità improvvisativa, particolare attenzione alle sfumature di intonazione, fraseggio e ritmo, dando ampi margini alla "immaginazione" per sviluppare l'individualità e la creatività dell'artista, pur rimanendo all'interno di codici improvvisativi e strutture formali definite dalla tradizione. I testi del khyal spaziano dalla poetica hindu a quella musulmana e sono sia di carattere devozionale che laico. Generalmente sono composti nell'arcaico dialetto hindi noto come brij bhasha, ma esistono anche canzoni in altre lingue come il bhojpuri, il punjabi, l'urdu, il rajasthani, il marathi e, talvolta, in sanscrito. L'interesse primario del testo non tanto risiede nella semantica quanto sulla fonetica; il trattamento musicale della parola trascende il significato del testo. L'apprezzamento di un buon esecutore risiede nelle sfumature di ornamentazione, nei complessi intrecci dei moduli ritmici e melodici, nelle capacità improvvisative e nell'intonazione.

 

TRÂN QUANG HAI & BACH YÊN (Vietnam)

Discendente da una famiglia di musicisti da cinque generazioni Tran Quang Hai, nato in Vietnam nel 1944, è uno dei più grandi specialisti di canto difonico (tecnica vocale caratterizzata dalla produzione simultanea di due suoni), con oltre 2500 concerti in 50 paesi e numerosi premi all'attivo. Ha studiato al Conservatorio Nazionale di Musica di Saigon prima di arrivare in Francia nel 1961 dove ha studiato teoria e pratica della musica orientale con il padre, Tran Van Khe, presso il Centre d'Etudes de Musique Orientale di Parigi. Dal 1968 ha collaborato con il CNRS e attualmente lavora al Dipartimento di Etnomusicologia del Musée de l'Homme (Parigi). Dal 1988 al 1995 è stato docente di musica del sud-est asiatico presso l'Università di Parigi X - Nanterre. Tran Quang Hai è un raffinato interprete delle tradizioni musicali dell'Estremo Oriente su strumenti tipici del Vietnam, Cina, India, Iran, Indonesia, tra cui: la cetra a sedici corde dan tranh, il violino a due corde dan co, i cucchiai muong, lo scacciapensieri dan moi e le monete sinh tièn. Bach Yen ("Bianca Rondine") è nata nel Delta del Mekong nel Vietnam del Sud. A fianco di Tran Quang Hai ha partecipato a più di 2000 recitals e concerti nei cinque continenti. Insieme hanno composto sette album, uno dei quali ha ottenuto il Gran Premio del Disco dall'Accademia Charles Cros nel 1983.

 

 

SALIH BILGIN & MITSURU SAITÔ (Turchia / Giappone)

Salih Bilgin: flauto nay    Saitô Mitsuru: flauto shakuhachi

Due "strumenti" di meditazione:

nay turco e shakuhachi giapponese

Le vicende storiche del ney, il flauto "obliquo" turco, e dello shakuhachi, il flauto dritto giapponese, presentano sostanziali analogie. Il primo è impiegato dai mistici musulmani detti mevlevi (i "dervisci danzanti") per la meditazione individuale e nelle cerimonie collettive. Lo shakuhachi, similmente, era suonato a fini meditativi dai monaci questuanti zen. Entrambe le figure religiose caddero in disgrazia e persero il rapporto privilegiato con i rispettivi strumenti con la modernizzazione: Ataturk abolì tutte le confraternite mistiche nel 1925; la setta dei monaci questuanti fu soppressa nel 1871. Al comune carattere religioso originario, i due flauti uniscono una sorprendente somiglianza nelle sonorità: in entrambi prevale il timbro 'soffiato', la predilezione per i suoni bassi, l'utilizzo di variazioni microtonali. Il concerto dei maestri Bilgin e Saitô permette di scoprire tali analogie e apprezzare i due raffinati repertori. Salih Bilgin insegna ney alla scuola nazionale di musica turca presso la Instanbul Teknik Universitesi. Suona lo strumento nell'orchestra del Coro nazionale di musica classica turca di Istambul e svolge un'intensa carriera concertistica. Saitô Mitsuru, musicista ed etnomusicologo, ha conseguito il diploma in shakuhachi presso l'Università delle arti di Tokyo; svolge attività concertistica principalmente in Giappone. Attualmente conduce in Turchia una ricerca sul ney.

 

CHAHRAM NAZERI (Iran)

Chahram Nazeri: canto    Hamid Motebasem: tar, setar     Ardéshir Kamkar: kemantché    Hossain Behroozi-Nia: barbat

Péjman Hadadi: daf, zarb    Hafez Nazeri: daf

Considerato una delle più grandi voci della musica classica persiana, Chahram Nazeri utilizza il canto come un mezzo privilegiato per la ricerca mistica. E' nato a Kermanshah, nel 1950, da una famiglia di musicisti e il padre lo ha iniziato al canto fin da bambino; a soli 8 anni veniva invitato alle riunioni sufi per cantare i poemi di Rumi. Nel 1975 vince il primo premio nel più importante concorso di musica tradizionale iraniana a Teheran. Nel corso della sua carriera ha spesso subìto critiche dai "puristi" che gli rimproverano un canto non proprio ortodosso secondo la tecnica tradizionale, ma Nazeri inventa, rinnova, restando fedele a un'arte codificata di estrema sofisticatezza melodica. E' senza dubbio per questo che è diventato l'idolo dei giovani iraniani. Uno dei tratti specifici della cultura iraniana è il marcato gusto per il misticismo che non deve essere inteso solo come un insieme di dottrine religiose e pratiche devozionali, ma soprattutto come una sensibilità particolare, un'etica, un modo di vivere il quotidiano. Questa attitudine esistenziale imprime un segno a tutte le forme dell'arte iraniana, in particolare alla poesia e alla musica che assumono il tipico carattere nostalgico e meditativo che le contraddistingue. La maggior parte degli artisti sono legati a questa profonda spiritualità, senza essere necessariamente legati a pratiche religiose. La loro visione del mondo, infatti, tiene sempre conto del doppio aspetto della realtà: il visibile e l'invisibile, il mondo dei sensi e quello dei sentimenti, degli stati emozionali. Chahram Nazeri si accompagna al daf (tamburo a cornice), distillando le più piccole sottigliezze per lasciar intendere tutta la purezza del suo canto interiore in un intenso momento d'emozione.

 

AL TANNURA (Egitto)

Compagnia al-Ghury

 L'Egitto è uno dei paesi arabi più ricchi di tradizioni musicali e folkloriche ma, allo stesso tempo, è stato ed è il luogo delle principali trasformazioni moderne della musica del Vicino Oriente. Nel corso del nostro secolo, in seguito al fenomeno dell'urbanizzazione delle popolazioni rurali, il contatto tra musica d'arte cittadina e musica dei villaggi e delle campagne ha prodotto nuovi stili e forme musicali, sulla spinta della crescente richiesta di forme di intrattenimento e spettacolo di attualità. La danza presentata dalla Compagnia al-Ghury è una espressione moderna tesa a preservare la memoria di tradizioni di origine antica, e sintetizza la complessità e la vivacità del patrimonio culturale egiziano. Essa prende il nome dal particolare indumento indossato dai danzatori, tannura, e nel suo sincretismo si percepiscono due matrici principali. La prima è quella della danza rituale dei dervisci "volteggianti", parte integrante del sama' (audizione mistica e concerto spirituale della tradizione sufi) dell'ordine mevlevi, la confraternita di origine anatolica fondata nel XIII sec. sull'insegnamento del grande mistico Mevlana, e poi diffusa in altre regioni del mondo islamico, Egitto incluso, a partire dal XVI sec. Al Cairo, nel cuore della Cittadella, il rituale ricco di allusioni cosmogoniche, era regolarmente praticato fino ai primi decenni del Novecento. La seconda è quella della musica rurale della Valle del Nilo, eseguita con gli strumenti tradizionali con i quali si animano cerimonie e feste all'aria aperta: rababa, la viella dei poeti popolari che si suona in piedi, formata da un bastone nel quale è inserita una piccola cassa armonica e su cui sono tese due o tre corde di budello suonate con l'archetto; mizmar, termine generico per indicare gli strumenti a fiato di legno, e in particolare l'oboe popolare, diffuso sotto nomi diversi in gran parte dell'area mediterranea; nay, flauto di canna; duff, tamburo a cornice con i piattini di metallo; bendir, tamburo a cornice utilizzato prevalentemente nella musica devozionale; darbuka, tamburo a calice; e i cimbali che accompagnano la danza rotatoria. In questa performance gli aspetti simbolici della gestualità esoterica appaiono trasformati in puro virtuosismo spettacolare, ed in luogo dell'armonia comunitaria del gruppo di dervisci vestiti di bianco, la coreografia acrobatica mette in evidenza la figura del solista esaltando il gioco della rotazione delle gonne sovrapposte e vivacemente colorate, con i loro suggestivi effetti cromatici. Gli strumenti musicali scandiscono il movimento dei danzatori e si acquietano nei momenti in cui i cantori intonano lodi in onore del Profeta e dei santi dell'Islam, riprendendo il loro ritmo incalzante che su un crescendo sonoro culmina nella trasformazione del danzatore in un caleidoscopio di forme colorate. Grazie a numerose tourneés internazionali del gruppo creato nel 1988, la tannura è oggi uno degli spettacoli più richiesti e apprezzati dal pubblico, non soltanto nei Paesi Arabi, ma in Europa nel resto del mondo.

 

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