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OPERA CINESE
"La leggenda del Serpente Bianco"
LOpera di Pechino è la forma di spetacolo tradizionale più nota
e popolare in Cina, di grande suggestione e impatto visivo, con incredibili danze
acrobatiche, con gli attori-cantanti-danzatori inseriti in un impianto generale simile al
nostro melodramma. Non si tratta di puro e semplice teatro di prosa né di teatro lirico
ma di una messa in scena che fonde recitazione, canto, musica, danza e numeri acrobatici.
Lo spettacolo ha sempre avuto un ruolo centrale nella cultura cinese. Le sue antiche
radici si perdono nelle cerimonie religiose e nei riti agricoli, mentre il teatro vero e
proprio nacque probabilmente soltanto durante il regno di Huan Tsung (713-756
D.C).LOpera, invece, è nata alla fine del XVIII secolo dalla fusione di diversi
generi. Uno dei principali elementi confluiti nellOpera è la tradizione della
grande "scuola meridionale" del teatro classico cinese, che ha toccato il suo
apice nel XVII secolo trovando la sua massima espressione nel Kunku, originario della
regione del Kunshan. Ma, con levoluzione della società cinese, questo stile finì
per essere giudicato troppo lezioso. Venne quindi "rivitalizzato" con elementi
ripresi da forme di spettacolo più popolari e immediate. Nacque così il Jinxi, da cui si
è poi sviluppata la vera e propria Opera di Pechino. LOpera di Sichuan, a detta
delletnologo sinologo Francois Picard, curatore dello spettacolo, è attualmente una
delle migliori che si possano trovare in Cina. Si caratterizza per la bellezza delle voci
e delle melodie, la sottigliezza della recitazione degli attori, la ricchezza delle
percussioni, lhumor (i clowns sono stimati in tutta la Cina). Lutilizzo del
dialetto locale è il frutto della combinazione di due o tre secoli di tradizioni popolari
(canti dei barcaioli, teatro locale) con forme diverse tra cui lopera classica
Kunqu. La musica daccompagnamento è fornita da un eccezionale ensemble di
percussioni (tamburi, piatti, gong) che sottolineano il gesto con una varietà di formule
ritmiche e di colori timbrici incomparabili, che permettono di evocare i suoni naturali:
la pioggia, il tuono, il vento, le foglie. A questi si aggiungono la sonorità pastorale
delloboe e la delicatezza dei flauti traversi. A Chengdu, capitale della provincia
di Sichuan, la Troupe raggruppa i migliori artisti della provincia mantenendo ad un
livello elevato la tradizione di questarte; è composta da 40 elementi tra attori e
musicisti, e presenta un classico del repertorio: lepisodio "La leggenda del
Serpente Bianco".
DERVISCI MEVLEVI di GALATA (Turchia)
"Smarrirsi nell'estasi: il rito Sema"
La musica sufi della confraternita dei Mevlevi, per le sue
caratteristiche spirituali e meditative, aiuta i credenti ad avvicinarsi a Dio. Il rituale
prevede una danza rotatoria dove il Semazen (danzatore) con il suo sikke in testa e il
Tennure, sudario che indossa insieme alla hirka, il cardigan nero, si muove nel modo
seguente: in piedi con le braccia incrociate, incarna la figura che significa l'unità di
Dio, poi, iniziando a girare su se stesso, allarga le braccia, il palmo della mano destra
rivolto al cielo come se stesse pregando e pronto a ricevere il Kerem-i Ilahi - la parola
di Dio - mentre il palmo della mano sinistra (alla quale guarda), è girato verso il
basso, a significare il suo ruolo di medium tra la terra ed il cielo. La musica è
dominata dal nay (flauto verticale) che ha un ruolo mistico nella musica turca, il
kamanche (violino), i koudoum (piccoli timpani in cuoio ricoperti di pelle di capra), gli
halile (piatti in rame) e i bendir (tamburi a cornice). Con tali strumenti si esegue la
musica del rito Mevlevi (ayìn), elemento principale del Sema, concerto spirituale
preconizzato dal fondatore della confraternita, Mevlana Jalaad ad din Rumi ("il
nostro maestro Jalaad del paese di Rum"), il grande poeta mistico persiano del XIII
sec. da cui prende nome la confraternita Mevlevi. Rumi non diede origine alla danza
religiosa presso i Sufi, poiché essa gli preesisteva, ma le diede enorme importanza.
Così scriveva: "Molte strade portano a Dio. Io ho scelto quella della danza e della
musica". Il gruppo musicale MYSTIC MUSIC AND SEMA ENSEMBLE OF THE MEVLEVI OF GALATA,
diretto da Al Sheikh Nail Kesova (14 elementi tra musicisti e danzatori) da' vita al
rituale Sema riferendosi al Mirac, ovvero al viaggio spirituale dell'uomo verso Dio, nel
quale l'adepto si annulla in Allah grazie alla preghiera e alla danza. Le rotazioni dei
Dervisci mimano il ritmo del cuore insieme all'abbraccio per tutti gli esseri umani e
tutte le creature, e portano alla comprensione del "vero amore", l'unico ponte
verso Dio.
COLASURDO & PARANZA (Italia - Campania)
"E manco 'o sole ce 'a sponta"
Marcello Colasurdo: voce tammorra Salvatore
Iasevoli: tammorre, tamburello, coro Vincenzo Ciccarelli: tammorre, coro
Luca Dell'Aversana: chitarra Ferdinando Piscopo: mandolino, mandola,
chitarra, timpano, sonagli Pasquale Volante: contrabbasso, rullante,
timpano, piatti, triangolo, sonagli, zoccoli, coro Carmen Depinto -
Daria Forte - Genny Miele - Francesco Imposimato: danza
Con "E manco 'o sole ce'a sponta", che è anche il titolo del
suo album d'esordio, Marcello Colasurdo propone un percorso musicale della tradizione
popolare campana. Dalla gioia sensuale delle tammurriate delle feste per la montagna
"fredda" (il monte Somma), tammurriate protettive nei confronti della montagna
"calda" (il Vesuvio), ai canti amisterici per le processioni e per i grandi
rituali che, a partire dalla Madonna dell'Arco, vanno verso Pagani per la Madonna delle
Galline, fino a Scafati per la Madonna dei Bagni, per concludersi a Montevergine e
continuare con le nenie e le filastrocche come l'Aucello Grifone. A riproporre la
complessità di questo mondo in un nuovo progetto sulla musica popolare non poteva essere
che Marcello Colasurdo e la sua Paranza, termine che sta ad indicare un gruppo di persone
disposte a semicerchio attorno al cantante. Tale gruppo fonda le sue basi in anni di
partecipata esperienza canora, sociale e politica all'interno di questo mondo
"basso" e marginale dei riti, delle feste, dei canti e delle scadenze di un
calendario contadino valido solo per la ristretta cerchia dei suoi partecipanti, chiuso e
riparato dalle mode e dal falso folklorismo televisivo e di consumo. Il progetto vuole
ricostruire quella particolare "ecologia" che permea i riti e le feste, e
riproporla ad un pubblico che immancabilmente finisce per esserne coinvolto e dunque a
diventarne protagonista.
ZOE (Italia Puglia)
"Canti e danze del Salento"
Cinzia Marzo: voce, flauto dolce, danza Raffaella Aprile: voce, danza
Ruggiero Inchingolo: violino, mandolino, oud
Donatello Pisanello: organetti diatonici Ambrogio Di Nicola: chitarra
classica Lamberto Probo: tamburello, voce, tamborra, danza
Pino "Zimba": tamburello, voce, nacchere, violino a sonagli, danza
Lo spettacolo proposto dal gruppo Zoé è il risultato di una lunga e profonda ricerca
svolta sulla musica popolare salentina sulle orme di De Martino e Carpitella; musica
figlia della tradizione, dove influssi e contaminazioni emergono necessariamente come
apporti "naturali", risultato di secoli di dominazioni le più diverse ma
soprattutto di scambi con altri popoli del Mediterraneo. Il repertorio di Zoe
comprende canti di lavoro, canzoni damore in dialetto e in grecanico salentino,
canti di protesta e specialmente pizziche, "de core" e "tarantate".
Quest'ultimo ritmo è il più eccitante, e allo stesso tempo straziante e inebriante,
esilarante e commovente: è, insieme, il ritmo del cuore e del respiro, il pulsare della
terra. Rimanervi indifferente è impossibile perché il crescendo ostinato dei
"battiti" del tamburello va diritto al cuore e le note più alte del violino
toccano le profondità più remote del nostro essere. E un cammino a ritroso, da un
ritmo sopravvissuto a tutte le modernizzazioni fino a radici culturali e psichiche le più
varie, sedimentate lungo la storia millenaria pronte a sprigionare la loro forza intatta.
E' da questo punto di vista che la pizzica salentina, nella sperimentazione incessante del
gruppo Zoe' rivela tutta la sua modernità, la sua perdurante efficacia e vitalità.
LEILA HADDAD (Tunisia)
"Danza dei sette veli"
Leila Haddad: danza Julien Jalal Eddine Weiss: anun
Mohamed Saada: nay Sofiane Negra: 'ud
Adel Shams El Dine: percussioni
Mohamed Salaah: percussioni
Tunisina residente in Francia, Leila Haddad pratica e insegna danza
orientale da una decina d'anni. Combatte il pregiudizio e, in primo luogo,
lappellativo di "danza del ventre" dovuto ai legionari europei che così
denominarono la sensuale danza con lombelico scoperto. Leila Haddad vuole restituire
al raqs el-Sharqi (lett. "danza dOriente") la propria dignità e valore
originario, e far comprendere che i fianchi, le spalle, gli occhi, le dita, le braccia
partecipano alla realizzazione di unarte antica che non è seduzione, ma piuttosto
celebrazione della maternità. Ciò non toglie che essa comunichi, nel suo linguaggio
altamente simbolico, contenuti altamente erotici, almeno allo spettatore occidentale,
rotto a più espliciti, ma meno allettanti, richiami. Con linterpretazione de
"La danza dei sette veli", ispirata al celeberrimo episodio biblico in cui
Salomé chiede in cambio al re Erode la testa di Giovanni Battista, Leila Haddad dà il
meglio di sé. Una festa di colori e di aerea levità, un caleidoscopico incanto ricco di
sensuali movenze. In questo episodio la complessità dei gesti e dei movimenti è
accompagnata sottilmente da un gruppo musicale formato da 5 elementi, esecutori di
strumenti tradizionali come il qanun, il nay, lud e i darabukka.
MUZSIKAS & MARTA SEBESTYEN (Ungheria)
"Canti d'amore passionale, ballate e danze nuziali"
Márta Sebestyén - voce, tin whistle, tilinkó Mihàly Sipos - primo
violino Péter Éri - viola, bouzouki, voce Dániel
Hamar - basso, gardon
Lázsló Poerteleki - violino, viola, voce Zoltán Farkas - danza,
gardon Ildikó Tóth - danza
La maggior parte delle canzoni di Márta Sebestyén e del gruppo
Muzsikás appartengono alla tradizione della Transilvania, una musica prodotta dalla
composizione multiculturale della regione (rappresentata da rumeni, ungheresi, gitani) e
che ancora oggi viene regolarmente utilizzata per celebrare sposalizi oppure in occasione
di altre festività civili e religiose. Diversi brani musicali del loro repertorio hanno
avuto origine dalle registrazioni sul campo che il gruppo ha svolto durante le ricerche
nei villaggi di Fuzes nella Transilvania centrale (Romania). Ciò che rende così
particolari i Muzsikás è la loro comprensione dello stile autentico del villaggio e la
loro abilità a ricrearlo. Rilevante è la presenza nei loro concerti della cantante
ungherese Márta Sebestyén, l'indimenticabile voce della colonna sonora del film "Il
Paziente Inglese". Le sue qualità sono esaltate quando esegue le meravigliose, lente
e melanconiche canzoni del Kalotaszeg (villaggio della Transilvania). Non si pensi che la
musica gitana ungherese possa essere rappresentata dalle csardas suonate e danzate nei
ristoranti di Budapest. Considerando l'alto profilo dei musicisti gitani nell'est europeo,
è sorprendente che la loro musica - quella che suonano per loro stessi - sia così poco
conosciuta, tanto più sorprendente data la fama di violinisti gitani.
YOLANDA HEREDIA (Spagna)
"Flamenco andalùz"
Appartenente ad una famiglia gitana di Siviglia, di grande tradizione
artistica (il padre Jesus, cantante, e il fratello Rafael, chitarra, hanno lavorato con
personaggi del calibro di Vincente Amigo, Cristina Hoyos, Quique Paredes) Yolanda Heredia
è considerata oggi una fra le più accreditate artiste emergenti del flamenco andaluso.
Fin dalladolescenza ha ballato con i più importanti nomi dei tablaos; più tardi
entra a far parte della Compañia di Mario Maya nello spettacolo "Amor Brujo";
decorata con il "Premio Nacional de Cordoba", affronta in seguito tournée
internazionali; con il suo spettacolo "Azotea" partecipa alla Biennale di
Siviglia ottenendo grandi consensi di pubblico e critica. Ha in seguito acquisito una
maturità e una pienezza che conferiscono alla sua gestualità lespressività e il
virtuosismo tecnico degli zapateados e nei batas de cola. E' richiestissima quale
coreografa per i maggiori spettacoli di Madrid, Siviglia e Barcellona. Integra la sua
attività artistica con quella di docente sia in Spagna che all'estero. Nello spettacolo
che presenta a Musica dei Popoli, la trentenne ballerina darà vita ad un'entusiasmante
performance che presenta una suite dei palos tradizionali (bulerìas, alegrìas, soleàs,
ecc.) nella quale il talento si unisce ad una nativa esuberanza espressiva di rara
efficacia.
Nueva Compañia Tangueros & Trio Esquina (Argentina)
"Cartoline da Buenos Aires"
di Mariachiara Micheli e Marco Castellani
Con i ballerini:
Sabrina e Ruben Veliz Andrea Reyero e Sebastian Missé
e con il TRIO ESQUINA
Cesar Stroscio: bandoneòn Claudio Enriquez: chitarra
Hubert Tissier: contrabbasso
Cartoline di Tango, come messaggi che varcano l'oceano e abissi di
nostalgia, in uno spettacolo da camera, per virtuosi (due coppie di ballerini e l'eccelso
trio Esquina), impaginato da Marco Castellani e Mariachiara Michieli. Le istantanee
immortalate in queste cartoline sono veri e propri monumenti di quel sortilegio
tipicamente argentino che è il tango, e portano le firme dei più grandi autori del
genere, sia classico che nuevo. Da Troilo a Piazzolla, alle composizioni dello stesso
Cesar Stroscio, fondatore dell'indimenticabile Cuarteto Cedron e colonna di innovative
formazioni (Luis Rizzo e poi Esquina) stratosferico bandoneonista dall'inconfondibile
pronuncia che viene accompagnato nell'occasione da Claudio Enriquez alla chitarra e Hubert
Tissier al contrabbasso. Delirio tipicamente sudamericano, detestato dalle nuove
generazioni rioplatensi, il tango è un paradosso; malefico e fascinoso, con la
connotazione trasgressiva del vizio: viaggio pericoloso sospinto dallo stantuffare del
bandoneon. Tutto ciò è documentato con poetica pregnanza in questo raffinato spettacolo:
sulle partiture morbide e al contempo violente del Trio si intrecciano i passi avvinghiati
e languidi di Sabrina e Ruben Veliz e di Andrea Reyero e Sebastian Missé, in una suite di
emozioni e desideri inarravabili e sfuggenti, attimi sospesi in immagini e scrittura nelle
quali "la distanza è atlantica, la memoria cattiva e vicina".
BALLETTO REALE KHMER (Cambogia)
"Il fascino divino delle danzatrici del re"
Messaggera del credo della danza classica cambogiana, fondata su una
tecnica raffinatissima (trasmessa per via orale e pratica, senza trascrizione, con veri e
propri rituali iniziatici), la compagnia dellAccademia Reale ha rischiato di
scomparire per sempre, travolta dalle spaventose guerre civili cambogiane. Allinizio
degli anni Ottanta, il Balletto ha potuto celebrare la propria rinascita grazie alla
memoria delle vecchie maestre di danza scampate ai campi di lavoro, che hanno ricostituito
il repertorio classico di un complesso le cui sorti sono oggi affidate alla direzione
della figlia maggiore del principe Sihanouk, la principessa Bopha Devi, già danzatrice
della compagnia prima dellesilio. La prima tournée è stata in Francia nel 1906 e
fu accolta ovunque in maniera trionfale; poi, il corpo di ballo del Regno di Cambogia è
tornato quattro volte in Europa, lultima, in formazione ridotta, nel 1997 (Parigi,
Montpellier, Roma). Lo spettacolo presentato dalla troupe in questa occasione è un
programma inedito interpretato da una compagnia composta da 35 danzatrici, 10 danzatori, 6
musicisti, 3 cantori, 6 costumiste e maestre di ballo. uno spettacolo di tradizione
millenaria, che trae origine dallarte sacra allepoca dellapogeo della
civiltà angkoriana, come testimoniano i bassorilievi dei templi di Angkor, in cui le
ballerine, alle quali occorrono anni di rigoroso apprendistato, eseguono gli stessi gesti
delle danzatrici scolpite, in coreografie nelle quali niente è lasciato al caso. Come le
loro antenate uniscono tecnica, soavità e padronanza assoluta di se stesse. Profumi di
incenso, barbagli di ori, la melodia ipnotica dell'orchestra tradizionale: tutto congiura
a trasportare lo spettatore nel mondo degli dei. Un sipario immaginario si solleva per
lasciare il campo alla grazia unica delle quarantacinque danzatrici del Balletto Reale di
Cambogia.
Sotto l'alto patrocinio di S.A.R. Principessa Norodom Bopha Devi, Ministro della
Cultura e delle Belle Arti del Regno di Cambogia
Produzione Elephant Blanc con il sostegno di Royal Air Cambodge e l'Ambasciata di
Francia a Phnom Penh
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