Fondazione Lavoratori Officine Galileo

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Venerdì 15 settembre - Auditorium Flog

"MUSICHE DELL'HIMALAYA"

in collaborazione con Settembre Musica di Torino

Parte I: NEPAL

 

Ensemble strumentale Naubaja

Musicisti e danzatori Chacha Pyakham

Musiche Newar

La musica newar è divisa in due categorie: segreta e pubblica. Tale divisione rimanda essenzialmente ai modi di acquisizione del sapere che operano una netta distinzione tra insegnamento e le esibizioni. Il primo è inaccessibile ai non-iniziati sia per le danze sacre che per gli insegnamenti musicali dei Maharjan. La parola nepalese bâjâ è usata per tutti i tipi di strumenti o formazioni musicali del Nepal. Si distinguono 12 formazioni (strumentali e vocali): dhimay, dapha, bamsuri, mvahli, dhãh, kahã, paita (panca tal), naykhi, bhajan e gula, i cui rispettivi repertori non si sovrappongono mai. Tre di queste formazioni, dhimay, dapha e bamsuri khalah, riguardano specificamente i contadini Maharjan.

NAU BAJA

Musicisti dell’Ensemble strumentale Naubaja

Il Nau Baja (letteralmente "nove musiche") è un gruppo strumentale particolarmente rappresentativo del repertorio strumentale Newar. Si presenta sotto forma di una dimostrazione sistematica delle possibilità virtuosistiche di numerose percussioni. A Patan, la città da dove provengono gli artisti che ascolterete, è principalmente eseguita nel corso di una festa chiamata Neku jatra. Nau Baja è una formazione che riunisce le principali caste Newar e include 18 strumenti specifici come i tamburi khi, dhimay nagara, damaru, ecc.

CHACHA PYAKHAM

Danze Sacre del Nepal Mandala

La danza pare abbia sempre tenuto un ruolo privilegiato nell’espressione della vita religiosa delle alte caste buddiste newar. Tale arte sacerdotale non era all’origine appannaggio esclusivo di detta comunità. Attualmente però sembra che non sia più praticata nel Nepal. Più che un’arte, si tratta essenzialmente di un esercizio spirituale. In tale contesto il termine sadhana rimanda al concetto di ascesi e incorpora diverse tecniche di visualizzazione accompagnate da "shémas" corporei dai significati simbolici. Tali posture identificano le deità rappresentate, permettono ai danzatori di riunirsi in una meditazione attiva. Queste danze si fanno risalire al VII o all’VIII secolo ma si sono viste in pubblico per la prima volta nel ’57 in occasione di una conferenza internazionale sul buddismo a Kathmandu. Oggi, benché costituiscano uno dei gioielli della cultura nepalese, la loro comprensione profonda resta privilegio di pochi iniziati che ne perpetuano la tradizione all’interno di case iniziatiche. Sono danze corredate da testi cantati accompagnati da due piccoli cimbali (tah e babhucha). In altre danze sono utilizzati due tamburi (kwota e damaru) e una tromba naturale (paintah). Dell’immenso repertorio disponibile verrà presentata al pubblico una selezione di sette brani tra i più significativi: Ganesh, Sodasi lasya, Amoghasiddhi, Vajra yogini, Vajrapani e Panca Buddha.

 


Sabato 16 settembre - Auditorium Flog

"MUSICHE DELL'HIMALAYA"

in collaborazione con Settembre Musica di Torino

Parte II: KASHMIR

Il soufyâna mousîqî

Il soufyâna mousîqî, conosciuto anche con il nome di soufyâna kalâm, è la musica di tradizione sufi del Kashmir. Da un lato, la sua funzione di base è religiosa, data la sua relazione con i rituali dei sufi in generale e dei qadiris in particolare, dall’altro, questa musica funziona come la musica classica profana per l’élite del Kashmir. Il soufyâna mousîqî è il perfetto riflesso della posizione culturale del Kashmir, regione montagnosa in cui confluiscono eredità culturali persiane dell’Asia Centrale e tratti culturali del sub-continente indiano.

Nel soufyâna mousîqî, la parola "maquam" ha due significati. E’ innanzitutto una suite di composizioni in una particolare modalità, scelte per un concerto, ma anche una modalità specifica, un tipo di melodia. In ciò, il soufyâna mousîqî è paragonabile alle suite arabo-andaluse del Maghreb in Occidente e del Maqam ouighour (on îki maqam) del Turkestan cinese in Oriente.

Un maqam, successione di diverse composizioni in un certo "modo", comincia da un "shakl", sorte di preludio con ritmo non-metrico e suonato dal "santurista". E’ in questo "shakl" che il musicista può dimostrare la sua maestrìa sullo strumento.

Il santûr kashmiri

Nello stato himalayano del Jammu-Kasmir, il principale strumento è il santûr. Conosciuto nell’antichità come shata-tantri-veena (in sanscrito "veena dalle cento corde") il santûr è una cetra trapezoidale con trenta cori di corde quadruple. Il santûr kashmiri è più largo del suo nipote persiano. Le corde sono in acciaio o in acciaio e rame. In questo ultimo caso lo strumento ha una tessitura di più di tre ottave. Le corde sono percosse da due martelletti leggeri chiamati "qalam". Funzione dello strumento è quella di supporto melodico e ritmico della voce. Soltanto lo "shakl" e le "jawabs" (risposte strumentali ripetute) sono eseguiti senza canto.

Rahul Sharma

Figlio e allievo del leggendario maestro di santûr Pt. Shivkumar Sharma, Rahul iniziò ad apprendere l’arte del santûr a dodici anni e fece la sua prima performance a 24 anni. Egli sa cogliere nella sua profondità l’essenza della musica classica indiana, penetrando gradualmente il raga attraverso l’alap o complessi e intricate permutazioni e combinazioni ritmiche. Non sorprende che abbia sermpre individuato con successo nuove direzioni musicale, mentre assisteva suo padre nella composizione delle colonne sonore dei più famosi film indiani. Attualmente Rahul sta dando un peso fondamentale al suo strumento, aggiungendovi nuove dimensioni grazie alla propria creatività.

 



Sabato 23 settembre - Badia Fiesolana

"CONFRATERNITE DELLE TRE ISOLE"

Liturgia e paraliturgia di tradizione orale in Sicilia, Sardegna e Corsica.

L’esecuzione di canti polivocali popolari di tradizione orale e di carattere liturgico e paraliturgico è oggi praticata in Sicilia, in Sardegna e in Corsica ed è principalmente legata ai riti della Settimana Santa, come accompagnamento alle sacre rappresentazioni della Flagellazione, della Crocifissione e della Deposizione, nonchè alle processioni rituali che precedono e seguono tali momenti. L'esecuzione dei canti in quella particolare circostanza annuale è affidata ai cori più validi, a quelli che per esperienza, qualità di voci, fedeltà alla tradizione e consenso popolare danno maggior affidamento ed assicurano l’esito della manifestazione religiosa.

L'evento dal titolo "Confraternite delle tre isole", produzione originale del festival, curato dall'etnomusicologo Ignazio Macchiarella dell'Università di Trento, si presenta come un incontro di straordinaria importanza che pone a confronto alcuni dei migliori gruppi corali italiani.

 

I Lamentatori dell’Arciconfraternita della Madrice di Mussomeli (Sicilia)

Le Lamentazioni sono delle forme di canto a più voci (con interventi di tromba e tamburo) presenti su quasi tutto il territorio della Sicilia. Eseguite sempre da voci maschili, con timbro prettamente nasale, risultano oltremodo suggestivi se collocati nello scenario dei Riti della Settimana Santa, caratterizzati da un’intensa partecipazione popolare dove la gente si riconosce nelle proprie tradizioni, attraverso rappresentazioni e drammatizzazioni che hanno nel canto il loro più alto valore espressivo. I Lamenti di Mussomeli (Caltanissetta) presentano intonazioni precarie e ritmi estemporanei che spesso variano da versione a versione. Generalmente vengono eseguiti da quattro voci maschili con ruoli di "Prima", "Secunna", "Bassu" e "Fanziettu".

Su Cuncordu ‘e Su Rosariu di Santu Lussurgiu (Sardegna)

A Santu Lussurgiu i Padri Minori Osservanti dell’Ordine Francescano eressero nel 1473 un loro convento con annesse la chiesa di Santa Maria degli Angeli e, in seno a questa, nel 1605, con l'intervento dei Domenicani di Sassari, diedero vita alla Confraternita del Santo Rosario (Sa Cunfrarìa 'e Su Rosariu). Questo sodalizio laico, composto in prevalenza da artigiani e contadini (popolazione stanziale, non soggetta a lunghe assenze per transumanze pastorali) ebbe, sin dall'inizio, il compito di organizzare nel paese le sacre rappresentazioni della Settimana Santa e di fornire ad esse il sussidio indispensabile del canto corale a sottolinearne e ad esaltarne le varie fasi. Compito che ha assolto ininterrottamente attraverso i secoli e che assolve tuttora. Il suo coro, Su Cuncordu 'e su Rosariu, sempre composto da quattro voci (bassu, contra, oghe e contraltu), conserva il repertorio originario di canti in latino e in sardo nei quali appare realizzata una felice sintesi tra motivi di estrazione colta della liturgia ufficiale e quelli di derivazione popolare arcaica; una fusione che rende ogni sua esecuzione ricca di risonanze emotive

Jean-Paul Poletti & Le Choeur d'Hommes de Sartène (Corsica)

Tutti i membri del coro hanno una formazione classica, cosa che gli permette di cantare non solatanto polifonie tradizionali ma spaziare anche nel repertorio colto. La particolarità del Choeur d’Hommes è di penetrare nel profondo della tradizione corale sarteana, introdotta nel XIII secolo dai Francescani che fondarono il convento di Saint-Damien. "Essa trova origine nelle sue differenti strutture vocali, una minore libertà e ornamentazione della polifonia del nord della Corsica" spiega Jean-Paul Poletti, leader e compositore raffinato che insieme al proprio ensemble realizza il sogno di inscrivere la polifonia mediterranea nella storia della musica classica. Il suo progetto, infatti, inventa nuovi spazi musicali di forma classica e ispirazione contemporanea, ma nutrita dalla tradizione; un’esperienza assai vicina a quelle dell’Hillard o dei King’s Singers.

 



Sabato 30 settembre Auditorium Flog

WAYANG KULIT: "Wayang Ramayana"

TEATRO DELLE OMBRE BALINESE (Indonesia)

Dalang: I Wayan Wija

Il Wayang Kulit, è una delle più antiche forme di teatro a Bali, dove ogni espressione artistica è strettamente connessa alla vita religiosa e sociale della comunità. Viene rappresentato durante cerimonie religiose, pubbliche e private ed è sicuramente uno degli spettacoli più amati e seguiti.

Le marionette sono tagliate ed incise minuziosamente su pezzi di pelle di vacca e caratterizzate da forme, grandezza, e colori. Tutti i balinesi, sanno distinguerne i diversi caratteri (100 o forse più). Ad esempio un corpo grasso, con occhi rotondi, colori come il rosso o marrone indica un carattere violento, non raffinato, quale quello appartenente a mostri, stregoni, cattivi regnanti, mentre un corpo più esile, occhi a mandorla e colori come il bianco o giallo denotano il carattere raffinato di re, regine, divinità. Lo spettacolo del Wayang Kulit è ritenuto una rappresentazione microcosmica dell'universo. Il Dalang (colui che dà vita alle marionette) ha il ruolo del creatore; lo schermo simbolizza il mondo, la lampada il sole, il tronco di banano (dove vengono fissate le marionette) la terra, mentre la musica scandisce le diverse fasi attraverso cui tutti dobbiamo passare. Le storie sono tratte da episodi delle grandi epiche Mahabharata e Ramayana. I testi classici sono scritti in Kawi, l'antica lingua giavanese, che è quella usata dal Dalang per i personaggi ritenuti più raffinati, mentre per gli altri caratteri usa il balinese. Le capacità che un Dalang deve possedere sono molteplici: profonda conoscenza della letteratura classica, perfetta padronanza dei tre livelli della lingua balinese ( "alto", "medio", "basso"), deve studiare musica e danza in quanto lui stesso dirige l'orchestra (gamelan) che accompagna lo spettacolo, tenendo tra le dita del piede destro un cono di legno che, battuto su un apposita cassa, puntualizza i dialoghi, accompagna le azioni e dà i tempi ai musicisti. La musica ha quindi un ruolo fondamentale nel Wayang Kulit ed è eseguita da una piccola orchestra formata da quattro strumenti chiamati gender wayang, costituiti da chiavi di bronzo che hanno come cassa di risonanza canne di bambù. Il Dalang improvvisa dialoghi che i servitori di corte (i pagliacci) useranno per spiegare la storia al pubblico, intrisi di filosofia, saggezza e molta comicità. Il Wayang Kulit non è dunque solo uno spettacolo teatrale, ma fa parte di un contesto religioso, tanto che è difficile capire dove finisce la finzione di puro intrattenimento e inizia quella sacra. Oltre ad essere un artista il Dalang riveste funzioni di sacerdote e guida spirituale; prima che inizi lo spettacolo siede dietro a un bianco schermo, alla sua sinistra la grande cassa di legno con dentro le marionette. Dopo aver recitato mantra e donato le dovute offerte, bussa con la mano sulla cassa per svegliare le marionette dal loro riposo, che così saranno pronte per essere prese una alla volta e fissate sul tronco di banano. A destra i caratteri buoni, a sinistra quelli malvagi, al centro il kayonan, l'albero della vita, la marionetta che apre e chiude ogni spettacolo e che inizia la sua danza tra le mani del Dalang mentre tutte le altre, appoggiate agli angoli dello schermo con la loro indefinita ombra, sembrano dei feti che aspettano di essere donati alla luce. Così la storia inizia .........

I Wayan Wija, il Dalang dello spettacolo presentato a Musica dei Popoli, è nato a Bali nel 1931 in una famiglia di antica tradizione del Wayang Kulit; inizia a studiare l’arte del teatro delle ombre a soli 11 anni. Sua guida spirituale il celebre I Made Sadia, uno dei massimi studiosi della cultura balinese del Novecento. Attualmente è ritenuto uno dei migliori Dalang in attività, noto per l’abilità nella manipolazione delle marionette, per l’improvvisazione di dialoghi e per l’humour che sa insinuarvi. Ha creato decine di spettacoli che sono stati ospiti presso i più prestigiosi festival mondiali e ha collezionato un incredibile numero di riconoscimenti. Una curiosità: avendo sposato un’italiana il maestro conosce la nostra lingua e potrà così spiegare direttamente le varie fasi dello spettacolo.

 



Venerdì 6 ottobre - Auditorium Flog

MUSIC ENSEMBLE OF BENARES (India)

"Gli splendori della danza Kathak"

Dopo anni di successi nelle principali città europee e degli Stati Uniti, si presenta a "Musica dei Popoli" il Music Ensemble of Benares, formazione che riunisce alcuni degli esponenti di spicco della peculiare tradizione della megalopoli, fondamentale componente della musica classica indostana. All’interno di quest’ultima proprio Benares si contraddistingue come uno dei maggiori centri creativi, in cui stile musicale e danza conservano la purezza di una centenaria continuità, dando così vita a una delle maggiori scuole dell'India del Nord.

Dalla città, famosa per le acque ricche di significati spirituali del Gange, luogo eletto da Shiva, dove il sacro si fonde con la musica, emerge la vocalità classica dhrupad e khayal, nasce il Music Ensemble of Benares, riconosciuto portavoce di tale particolare espressione artistica totale. Lo spettacolo proposto in questo tour comprende esecuzioni di musica classica e canto di Jyotika Dayal alternate a fasi di danza kathak, il cui nome deriva da katha, "storia" e, quindi, letteralmente significa "cantastorie". Da tempi immemorabili storie del passato sono state raccontate nei templi Hindu da una dei cantastorie professionisti che si sedevano e cantavano in forma lirica e con dolci abhinaya, espressioni del volto, e mudras o gesti delle mani, per sottolineare il significato delle parole. I Kathakas sono attori, musicisti, compositori e danzatori. Forse è la Adi Nritya, la prima danza che venne praticata regolarmente. Il Kathak è stato menzionato nel Mahabharata e nel Bhram Maha Purana come stile di danza. Anche Tulsidas si è riferito al Kathak nel suo Vinay Patrika, descrivendo una classe di danzatori.

La formazione presente al festival è composta da Jyotika Dayal (canto e danza), Vaishali Sharma, Sonali Sharma, Swati Sinha e Hemant Panwar (danza), Amjad Khan (tabla), Sarwar Hussain (sitar), Vijai Parihar (canto e harmonium).

 

 



Sabato 7 ottobre – Teatro Verdi

DULCE PONTES (Portogallo)

"O PRIMEIRO CANTO"

Dulce Pontes, nata nel 1969 a Montijo, piccola città sull’estuario del Tejo in Portogallo, è la voce lusitana più rappresentativa del panorama attuale, assieme a Maria Joao e Teresa Salgueiro dei Madredeus. La sua carriera, iniziata nel 1988, decollò nel 1991 quando la Pontes vinse il Portuguese Song Festival cantando "Lusitana Paixao"; da allora è stato un rapido succedersi di trionfi (dal primo album del 1992 intitolato "Lusitana" a "Lagrimas", pubblicato in numerosi paesi riscuotendo ovunque uno straordinario successo). Non trascurabile la collaborazione con Ennio Morricone per la colonna sonora del film "Sostiene Pereira"; tra l’altro con il maestro italiano Dulce ha in ponte un’ambizioso progetto. Dotata di una voce che è in sé un meraviglioso strumento, ma al quale sa aggiungere infinite sfumature interpretative che traggono spunto tanto dal patrimonio tradizionale portoghese (dalle scure e profonde tonalità del fado ai più aggressivi e acuti timbri che vanno dai cori di Coimbra alle cantigas delle terre di Beirra Baixa e Alta) quanto dalla vena nativa delle aree di influenza coloniale (Brasile, Capoverde, Africa e Medioriente) si può dire che questa esile, sinuosa, raffinatissima e stilisticamente onnivora cantante, condensi mille mondi espressivi in una coerente raffigurazione vocale. Ne è testimonianza il suo ultimo album, O Primeiro Canto, nel quale rappresenta musicalmente i quattro elementi. "Un disegno così esteso e preciso –ha dichiarato Dulce- che aveva a che fare con il mistero delle cose e che mi ha permesso di portare alle estreme conseguenze l’umore timbrico di ogni brano". Perciò ha chiamato a collaborare una schiera di musicisti di svariate estrazioni che guida dentro i canti con straordinaria efficacia. Da Wayne Shorter a Kepa Junkera, abile suonatore di organetto basco (trikitritxa), da Waldemar Bastos, l'artista angolano scoperto da David Byrne, a Maria Joao. Anche questa volta la Pontes ha composto quasi tutto il suo materiale, ne ha curato gli arrangiamenti, con combinazioni di insoliti strumenti e chitarra portoghese: dall'arpa del Madagascar (valiha) al flauto arabo (ney), dalle cornamuse irlandesi alle tabla di Trilok Gurtu. Il tutto rappresenta un felice tentativo, in perfetto equilibrio tra rispetto e trasgressione, per individuare le radici della musica popolare.

 



Venerdì 13 ottobre - Auditorium Flog

BNET MARRAKESH (Marocco)

"Canti di donne Berbere"

Sebbene si siano stabilite da tempo a Marrakech, le B'Net Marrakech ("le Ragazze di Marrakech") sono berbere e provengono dai villaggi confinanti con Taroudant nella fertile pianura dell'Houara, a sud-est della città. Le 5 donne che compongono il gruppo hanno imparato a cantare fin dall'infanzia e si sono esibite soprattutto in occasione di feste come matrimoni, nascite, circoncisioni, importanti occasioni sociali per le quali vengono regolarmente ingaggiate. La grande predisposizione artistica ed il successo conseguito dalle cinque cantanti ha consentito di diventare delle donne libere all'interno della comunità islamica, sebbene il loro stato sociale non sia usualmente legittimato. Hanno dimostrato una grande passione nell'esplorare quello che è diventato un vastissimo repertorio di canzoni rituali e d'amore (sia berbero rurale che arabo urbano).

Il loro repertorio comprende canti berberi dell'Houara, ma anche la musica robi praticata a Rehamma (vicino Marrakech) che prevede l'uso dei sonagli metallici tubsil, e la musica della regione di Haouz, dallo stile ritmico vivace e riconoscibile dall'uso del tamburo daadoua (simile al darabuka) insieme ai bendir. Trapiantate da anni nel contesto urbano, le Bnet hanno appreso un genere tipicamente cittadino, il chaabi. Si sentono vicine alle confraternite Gnawa per i ritmi, l'accesso alla trance, per lo stile di vita e l'interpretazione dell'Islam allo stesso tempo popolare e mistica (tasawwuf).

 



Sabato 14 ottobre - Auditorium Flog

COLENSO Abafana Benkokhelo (Sudafrica)

"POLIFONIE E DANZE ZULU"

Come gli Swazi e gli Xhosa, gli Zulù appartengono al gruppo etnico Nguni. Essi hanno sviluppato una delle più interessanti forme di arte vocale dell’intero continente africano. L’eredità organologica è più scarsa nella terra di Nelson Mandela rispetto ad altri paesi africani e la voce rimane il principale strumento delle culture musicali sudafricane. La vocalità zulù si è sviluppata a partire dalle tradizioni tribali per poi fondersi con influenze del canto corale dei Protestanti anglo-sassoni.

Nel loro vita quotidiana, la presenza immanente dei defunti e l’ispirazione vocale legata alle pratiche quotidiane, occupano un ruolo preminente. Il canto polifonico è strettamente correlato al movimento del corpo, che scandisce il ritmo e sottolinea il contenuto lirico del canto. Per gli Zulù, la danza (ukusina) rappresenta la necessità di esprimere le emozioni collettive.

Il repertorio dei Colenso Abafana Benkokhelo ("I ragazzi credenti di Colenso" in lingua zulù) è centrato sia su forme musicali tradizionali che sulle variazioni urbane iniziate negli anni Quaranta. La deportazione in massa di larghi strati della popolazione verso le zone minerarie e la conseguente formazione, su grande scala, di un proletariato urbano, sono all'origine di generi musicali come la Ingoma Ebusuku ("musica notturna"), da cui sono nati stili più moderni quali il Simanje-Manje e il Mbaqanga.

I Colenso cantano nello stile Mbube, Iscthamiya e Indlamu appartenenti al ricco repertorio vocale zulu di atavica memoria. Originatosi nel Natal, lo Indlamu è il genere più antico. Questo dette vita all’Ukugadlela che è oggi appannaggio dei giovani. L’Iscthamiya è una sorta di parodia corale, permeata di influenze del charleston americano, mentre il Mbube ("leone" in zulu) è una variante commerciale dell’ Ingoma Ebusuku.

Lavoratori nelle miniere di diamanti nella regione di Ladysmith nel Natal, la patria della civiltà zulù, i Colenso sono otto cantanti-danzatori riuniti nel 1983 attorno alla carismatica figura di Victor Mkhizé, che è anche uno zangoma (guaritore tradizionale). I loro canti polifonici sono di carattere ricreativo e il loro stile privilegia una struttura armonica classica a cinque parti, che si sviluppa in una forma responsoriale a "chiamata e risposta" tipicamente africana.

La band ha lasciato il Sudafrica per la prima volta nel 1996 per una tournée internazionale. Hanno partecipato a vari festival in Francia (Nantes, Montpellier, ecc.) e il loro ultimo album, edito dalla Buda Records per la serie "Musique du Monde" è stato accolto con grande successo dal pubblico e dalla critica.

 

 



Venerdì 20 ottobre - Auditorium Flog

SIAMAK GURAN (Kurdistan – Iran)

"La fiamma dell’amore divino"

Siamak Guran è nato a Kermânshâh, in Iran, nel 1975, e viene da una famiglia di musicisti appartenenti ad un ordine mistico che prescrive l'utilizzazione della musica come forma di preghiera e di meditazione, conosciuto con il nome di Ahl-e haqq, ossia adepti della verità (divina). Siamak Guran ha iniziato a cantare all'età di sette anni ed ha cominciato a suonare diversi strumenti, che oggi padroneggia con grande maestria, tambûr, setâr, târ e daf, ed ha appreso l'arte musicale a Teheran, con alcuni tra i più importanti maestri della musica persiana, come Masud Zanghene, Said Golshani, Mohammed Alimalmir, e si considera un allievo di Mirza Sayed Ali (ca. 1880-ca.1970). Oltre alla profonda conoscenza del repertorio devozionale degli Ahl-e haqq, la città di Kermânshâh è considerata la principale sorgente di tale patrimonio, l'artista è anche un cultore della tradizione profana e popolare del Kurdistan iraniano, la sua regione d'origine. Il giovane musicista dopo aver eseguito concerti in Iran e all'estero, a Istanbul e Atene, inizia ora a presentarsi anche in Italia, dove risiede da quasi un anno.

 

SIVAN PERWER (Kurditan - Turchia)

"La voce del popolo curdo"

Le tribolazioni del popolo curdo, con i forzati esili in massa, le bibliche migrazioni clandestine in balia di scafisti e trafficanti di esseri umani riempiono, purtroppo, regolarmente le pagine dei giornali. Se non altro attirando finalmente l’attenzione sull'identità di una nazione e di una cultura nobile, dilaniata dalle pretese di Turchia, Siria, Iran, Irak e Caucaso. Sivan Perwer di questo popolo dimenticato, il cui destino sembra non interessare a nessuno, è espressione probante di cultura e sentimento; viene dall'antica tradizione del dengbej o bardi, menestrelli che viaggiavano di villaggio in villaggio per cantare racconti epici di guerre e amore romantico, e storie di eroi religiosi e nazionali, alcuni dei quali si rifanno al tempo di Alessandro Magno. Ogni signore feudale aveva il proprio dengbej e tante erano le competizioni tra loro per misurare chi fosse il migliore.

Sivan Perwer è nato nella regione di Urfa, Kurdistan (Turchia) da una famiglia di musicisti in cui ognuno cantava o suonava uno strumento. Le sue memorie più lontane si rifanno a racconti in cui predomina il senso di smarrimento e il desiderio di vivere in una terra libera da ogni tipo di persecuzione. Fin dall’infanzia desiderava essere il miglior dengbej e già da bambino componeva le canzoni che interpretava. Si può dire che il suo sogno si sia realizzato: infatti è unanimemente considerato il migliore cantante curdo, un mito del suo popolo, nella diaspora e nelle persecuzioni, per il quale rappresenta la voce più autorevole dei valori più autentici.

L'artista salito alla ribalta internazionale quando prese parte al concerto Live Aid nel 1992 organizzato da Bob Geldof e Geoffrey Archer per raccogliere fondi per i Curdi al tempo della Guerra del Golfo, vive in Europa ma è costantemente in tour per il mondo sia da solo, accompagnandosi con il saz (liuto a manico lungo) sia con il suo gruppo di musicisti formato da Ismet Alattin Demirbag (ney, duduk), Hassan Kenjo (qânûn), Najmatin Najm (violino), Hawar Zahawi (percussioni).

 



Sabato 21 Ottobre - Auditorium Flog

AÏCHA REDOUANE & L’ENSEMBLE AL-ADWÂR (Medio Oriente)

"La passione di Râbi’a"

 E’ sull’immagine del takht ch-charqî che la cantante Aïcha Redouane e il percussionista Habib Yammine hanno fondato l’ensemble AL-ADWAR (parola che significa allo stesso tempo i cicli ritmici e melodici, una forma d’arte raffinata e, simbolicamente, l’eterno ritorno); questa formazione strumentale tradizionale del Vicino o Medio Oriente accompagna il canto e interpreta il repertorio strumentale. Obiettivo del gruppo è far rivivere la grande tradizione del Maqâm arabo che ha conosciuto la sua epoca d’oro alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX. In una sorta di ritorno alle origini, Aïcha Redouane e Habib Yammine hanno lavorato per molti anni alla riabilitazione della tradizione del maqâm (modo/modalità) basato sull’improvvisazione (irtijâl/taqsîm) e l’esplorazione delle differenti forme dei repertori: qasîda (poema classico), mûwashsha (poema neo-classico), dawr (tema e variazione su un poema dialettale egiziano), samâ’î (introduzione strumentale), tahmîla (forma strumentale in tema e variazione), il tutto in una costante ricerca del tarab dove l’emozione musicale si spinge fino al parossismo. Il takht (piccolo gruppo) Al-Adwar è composto da musicisti di grande talento come Salah el-Din Mohamed al qânûn (cetra trapezoidale), Nabil Abdelmoulah al nây (flauto) e Habib Yammine al riqq e daff (tamburelli).

"La passione di Râbi’a" è stata composta da Aïcha Redouane e Habib Yammine sullo stile del maqam arabo del Vicino Oriente, sui poemi di Rabi’a al-Adawiya (721-801), la prima e più grande poetessa sufi. Vissuta nel decimo secolo dall’Hegira, non ha cessato di essere venerata come una santa dal momento della sua morte avvenuta nella città irakena di Basra nell’801. Schiava affrancata, cortigiana, suonatrice di flauto ney, consacrò la sua vita all’amore per Dio, dedicandosi alla meditazione e alla preghiera giorno e notte. In "Râbi’a" tutto è riunito, la donna, la parola, l’ispirazione, il dono, la semplicità del canto interiore esalato dal flauto di rosa: una gioia, che è speranza di luce, verità divina, amore per Dio.

 

 



Venerdì 27 ottobre - Auditorium Flog

BEÑAT ACHIARY & PEDRO SOLER (Paesi Baschi)

"VICINO AL CUORE SELVAGGIO"

Residente nei Paesi Baschi dove è nato, questo eccezionale artigiano si è da numerosi anni dedicato al servizio della lingua e dell'espressione orale. Beñat è poeta perché fa suoi, cantando, i testi dei grandi autori del secolo (René Char, che ha tradotto in basco, Federico Garcia Lorca., ma anche Roland Barthes) per costruire un suo personalissimo universo che dimora nella fuggevole istantaneità dell'improvvisazione in tempo reale. Achiary è progressivamente cresciuto, abbandonando, senza rinnegarla, una cultura tradizionale forte, orgogliosa e chiaramente identificata: quella dei Paesi Baschi.

Beñat Achiary ama i canti antichi della Soule, la sua terra. Sono canti di mietitura, canti d'insonnia, canti di musicisti erranti, canti che accompagnano la vita e ne sono a loro volta accompagnati. "Le grandi arie dei paesi della Soule non sono misurate: sono libere, sono grandi spirali. Lo stile poetico può avere tratti simili a quelli di altre civiltà. I poeti per esempio, provano sempre ad emozionare il pubblico fin dalla prima strofa, lasciando che la narrazione attenda. E tutto questo senza dire, perché la lingua stessa ci permette di conoscere, già dalla coniugazione, chi parla e a chi si parla, senza nominare. La collaborazione con la poesia è fondamentale. Ho sempre una bisaccia piena di libri, li stendo ai miei piedi quando canto. Lascio che la mia voce parta dal fuoco dell’urgenza".

Attualmente il suo lavoro, la sua ricerca sulla e con la voce è una combinazione spesso magica scaturita dalla scena europea dell'improvvisazione radicale degli anni '70 e '80, ma anche di altre tradizioni, come quella degli indiani Navajos, delle isole Baleari... Anche il free-jazz, il flamenco si trovano riuniti sulle rive del golfo di Guascogna, grazie allo sfruttamento inesausto di una vocalità "altra", che sperimenta se stessa, continuamente, trascinando insensibilmente l’ascoltatore nelle delizie dei sensi della corrispondenza di quel "demone dell’analogia" evocato da Mallarmé.

Improvvisatore totale, formidabile uomo di palcoscenico, Beñat Achiary attira magneticamente a sé i più grandi solisti, con la sua agilità intellettuale e le sue grandi capacità tecniche. "E’ importante cantare da soli" dice Beñat. Cantando a cappella, egli si accompagna con il tamburo a frizione tradizionale, l’eltzagora, oppure quello di bambù, che ha sempre nel suo zaino.

Beñat è un uomo molto dolce e discreto, ma questo non deve farci dimenticare che è una delle grandi voci della nostra epoca, capace di fondersi con le estetiche più diverse con la stessa tranquillità di spirito.

 

 



Sabato 28 ottobre - Badia Fiesolana

"DALLE ANDE AL TIBET: ECHI LONTANI"

 

LUZMILA CARPIO (Bolivia)

Luzmila Carpio rappresenta una figura di rara singolarità e importanza per la musica latinoamericana. Messaggera di un popolo di milioni di indios, grazie alla prodigiosa vocalità, con un’estensione che le permette strabilianti doppiature timbriche in accompagnamento agli strumenti, dai toni più acuti a quelli più profondi, Luzmila Carpio incarna lo spirito di una delle civiltà più antiche del mondo. La sua voce e il suo canto, sostenuti dal charango e la quena, sono il canto della Pacha-Mama, la Madre Terra del popolo Quechua. Luzmila proviene da un piccolo villaggio sulle Ande. Fin da piccola ha iniziato ad apprendere la tecnica vocale per interpretare i canti tradizionali degli indios Quechua e Aymara della Bolivia. Ad un primo ascolto, la sua voce può richiamare i vocalizzi della peruviana Yma Sumac, cantante nota negli anni ’50. Si è esibita in tutto il mondo e ha inciso diversi album: il primo singolo è del 1969, il più recente è Kuntur Mallku.

 

YUNGCHEN LHAMO (Tibet)

Nata a Lhasa, Yungchen Lhamo è fuggita dal Tibet dopo l’invasione cinese, ed ha raggiunto l'India. Il terribile viaggio l’ha condotta a Dharamsala, la residenza del capo spirituale tibetano in esilio, il Dalai Lama. Dopo avere vissuto per breve tempo presso la comunità di rifugiati tibetani nel nord dell'India, si è trasferita in Australia dove, nel 1995, ha realizzato il suo CD d'esordio Tibetan Prayer. La sua prima esibizione europea ha avuto luogo a Venezia, in occasione del Carnevale 1996. Successivamente ha preso parte all'edizione '96 del WOMAD Festival in Gran Bretagna così come ad altri prestigiosi festival internazionali, sempre riscuotendo un grande successo. Yungchen Lhamo ha poi realizzato il suo secondo CD Tibet Tibet. per l’etichetta Real World, raccolta di canti tradizionali tibetani che molto raramente l'occidente aveva avuto occasione di ascoltare, nella cui voce risuona l'eco di un percorso fuori dal comune, di un popolo isolato dal resto del mondo, ma anche di una spiritualità straordinaria; la stessa trasmessa a Yungchen Lhamo dalla nonna e poi dalla madre e riflessa nelle sue canzoni: interpretate quale offerta a Buddha e Boddhisatva i quali ascoltandole faranno piovere benedizioni. Le canzoni dunque devono ispirare ed elevare; devono aiutare gli ascoltatori ad aprire una finestra sulla loro stessa spiritualità. Sola sul palco, questa donna minuta e affascinante riesce a catturare il pubblico intonando melodie capaci di evocare le cime innevate della sua patria lontana e con la bellezza della sua voce ci fa credere che forse possa esistere un pezzetto di paradiso sulla terra.

 

 

 

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